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IL FATTO

Tutti contro il deposito di scorie nucleari in territori made in Italy: il caso Val d’Orcia (Unesco)

Levata di scudi contro la “mappa” di Sogin (società pubblica), che coinvolge tanti territori in cui l’integrità del paesaggio è asset strategico
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La Val d’Orcia patrimonio Unesco, tra i territori più belli d'Italia

Una levata di scudi generale su una proposta che pare davvero senza senso, soprattutto pensando a certe aree d’Italia, dove la bellezza e l’integrità del paesaggio, la simbiosi tra uomo e natura che, spesso, da vita anche a capolavori dell’enogastronomia, non è solo un orpello estetico, ma fa parte del “genius loci”, ed è da sempre motore di sviluppo economico e sociale, attrattore di turismo da tutto il mondo e parte fondante della forza del made in Italy che, ora più che mai, non può essere messo in discussione. Tra queste, il caso forse più clamoroso, è quello della Val d’Orcia Patrimonio Unesco, uno dei paesaggi italiani più famosi nel mondo e tra i più visitati in assoluto, culla di eccellenze del gusto, che, con una zona di 178 ettari tra i comuni di Pienza e Trequanda, rientra in una delle 67 aree che potrebbero “ospitare” i rifiuti radioattivi d’Italia. A censirle la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee - Cnapi, realizzata da Sogin (la società pubblica responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) per il Governo, pubblicata, nei giorni scorsi, dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, che ha sollevato una protesta generica e un “no” fermo da parte di praticamente tutti i territori indicati come potenziali scenari per la realizzazione dell’impianto di stoccaggio di tali rifiuti.
Un non fermo, con la proposta bollata come “irricevibile” e “non negoziabile”, è arrivato immediato da tutti i sindaci dei comuni della Val d’Orcia e della vicina Val di Chiana, così come successo in tanti tanti altri territori d’Italia delle Regioni interessate (Toscana, Piemonte, Lazio, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia), che coinvolge in parte anche tanti territori legati al vino e al cibo, dal Monferrato Patrimonio Unesco (insieme a Langhe e Roero) a Caluso, dalla Tuscia, nel viterbese, alla Lucania, da Butera e il trapanese in Sicilia ad Altamura in Puglia, solo per fare degli esempi . E viene da chiedersi come, pur dovendo affrontare un problema complessa che in qualche modo va risolto, come quello della gestione dei rifiuti nucleari, si possano inserire tra le zone potenziali anche aree che, da decine e decine di anni, hanno investito nello sviluppo sostenibile, quasi sempre ancorato ad una ruralità avanzata anche in termini di servizi, e ad un’agricoltura ad alto valore aggiunto, per la quale l’integrità del territorio, sia concreta che “immateriale”, è un pilastro fondate che non può e non deve essere scalfito.

Va detto che, ad oggi, non c’è nessuna decisione definitiva, dato che la pubblicazione della lista, avvenuta il 5 gennaio, ha dato via ad una fase di “consultazione pubblica, della durata di 60 giorni, in cui le Regioni, gli enti locali e tutti i soggetti portatori di interesse qualificati possono formulare osservazioni e proposte tecniche”, si legge sul sito stesso di Sogin, che spiega come “entro 120 giorni dall’avvio della consultazione pubblica si svolge il Seminario Nazionale, un momento di confronto in cui sono invitati a partecipare i portatori di interesse qualificati per approfondire tutti gli aspetti tecnici relativi al Deposito Nazionale e Parco Tecnologico”, dove “saranno inoltre approfonditi gli aspetti connessi alla sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell’ambiente e i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione dell’opera”. E poi, in base queste osservazioni, il Sogin elaborerà “una proposta di Cnai, Carta Nazionale delle Aree Idonee. Il Ministero dello Sviluppo Economico approva, su parere tecnico dell’ente di controllo Isin, la versione definitiva della Cnai, che sarà il risultato dell’applicazione dei criteri di localizzazione e dei contributi emersi e concordati nelle diverse fasi della consultazione pubblica. Pubblicata la Cnai, si avvia la fase di concertazione finalizzata a raccogliere le manifestazioni di interesse da parte delle Regioni e degli enti locali nei cui territori ricadono le aree idonee”.

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