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Uomini, territori e vitigni: va in scena la rivoluzione del vino italiano. Dove? A Vinitaly (Verona, dall’8 al 12 aprile)
di Alessandro Regoli

Più o meno 800 varietà di vitigni di antica coltivazione, 500 diverse denominazioni fra Doc, Docg e Igt, oltre 700.000 ettari di campagna destinata alla coltivazione della vite. Sono queste alcune delle cifre che messe una accanto all’altra danno l’idea del peso del “Vigneto Italia”, non solo sull’economia del nostro Paese, ma anche sulla storia e la cultura di quella che, non a caso, è considerata fin dalla notte dei tempi come la terra del vino: “Enotria”, appunto. Un immane bacino di saperi e sapori, il cui contenuto e significato è conservato come in un’enorme superficie porosa, una sorta di immenso zoccolo tufaceo, dove arginare un corso d’acqua che scorre nelle sue molteplici cavità è impossibile e dove il formicaio umano, fatto di percorsi vivacizzati da un’attività febbrile e costante, è sfuggente ed imprevedibile. Una porosità analoga a quella di una spugna, un intreccio, un groviglio, una concatenazione di espressioni vitali che nei secoli ha assorbito conoscenze, tradizioni e che gli uomini del vino italiano ancora oggi convogliano, come d’incanto, in una bottiglia, non senza contraddizioni o elementi di caos, ma ubbidendo ad una specie di inesorabile destino.
Quella bottiglia nel XXI secolo continua a restare il simbolo di una parte non piccola di ciò che solitamente chiamiamo “made in Italy”, ardita sintesi fra artigianato esperienziale e tecnica sofisticata, tradizione e innovazione. Un apparentemente fragile equilibrio fra straordinaria diversità territoriale, ricchezza varietale unica al mondo e vivace dinamismo umano, che ha finito per mutarsi in una specie di solido “marchio di fabbrica”, capace di imporre un po’ ovunque l’Italia enoica come un qualcosa di irripetibile e non globalizzabile, una grandiosa e ricchissima fucina di vini ad alto contenuto di personalità e carattere.
Ma per anni il vino italiano è stato una bevanda con cui ci si dissetava e con cui ci si alimentava. Niente di più e niente di meno. Fiumi di vinello spesso scadente e poi, per passione e cultura, qualcuno che si lasciava andare all’arte vera e propria, tirando fuori i grandi vini. Non è passato molto tempo, da quando il comparto vitivinicolo del Bel Paese è diventato un “primario avanzato”, incidendo pesantemente sul settore dell’agroalimentare in termini di fatturato per una cifra che sfiora i 10 miliardi di euro.
Una crescita decisamente importante innescata da una vera e propria rivoluzione, che ha realizzato una trasformazione radicale e irreversibile che non trova eguali, probabilmente, in altri comparti produttivi. Quella che sembrava un’arte riservata ad un’aristocrazia terriera di antico lignaggio è diventata una pratica a disposizione di molti, con artisti che non venivano da generazioni di maestri, con inventori che non avevano tabù.
Una rivoluzione tecnologica, certo, che d’improvviso ha rotto i privilegi della casta che deteneva il primato dell’arte enologica. Da una parte un’aristocrazia del vino che più o meno è rimasta intatta, continuando a produrre preziosi e raffinatissimi vini, e, accanto, una gran massa di homines novi che non si sono accontentati delle ultime file, ma che, spesso, hanno cambiato il film e hanno imposto quello che piaceva a loro, impossibile da imbrigliare in un unico piano di marketing perché animato dalla libertà dell’intuito e della creatività.
Ecco allora il vino italiano amplificare le sue molteplici espressioni, diventare emblema delle sue origini, rappresentare i luoghi dove nasce, trasformarsi in altro da una semplice bevanda, diventando un vero e proprio prodotto complesso, prima di tutto culturale, e, finalmente, conquistare i mercati anche i più remoti.
Senza dimenticare, in tutto o in parte, la propria e più intima essenza, che anche nello sfarzo del blasone o nel luccichio della griffe resta fondamentalmente contadina. Se andate da un vecchio maestro del vino (cominciano a scarseggiare, ma le nuove generazioni bussano alla porta con buoni propositi), che è cresciuto in una famiglia in cui l’acqua a tavola non c’era, che conosce la sua terra e le sue uve meglio di se stesso e che è abituato a vivere in simbiosi con una sapienza secolare in un’intimità assoluta col gesto del fare il vino, può capitare, anzi capiterà di sicuro, di sentirsi dire che il nostro vino ha successo perché nel Bel Paese è un qualcosa di consueto, come il pane e l’olio, fin da quando uno è bambino e che questo elemento “marca” inesorabilmente i nostri prodotti, rendendoli tutti da bere senza troppi formalismi.
Forse non potremo mai stare al passo con la grandeur francese, ma, certamente, i vini italiani saranno sempre capaci di conquistare i cuori di molti se non di tutti. Vini più “umani”, verrebbe da dire. E’ attraverso questa traccia che è possibile, anche per il meno esperto, cominciare un percorso in un mondo apparentemente complicato e incomprensibile, ma segnato profondamente dal fare degli uomini e, quindi, sempre accessibile da altri.
Un mondo che in Italia, altra grande eccezione difficilmente rintracciabile altrove, ogni anno parla direttamente agli appassionati e agli “addetti ai lavori” con Vinitaly, un grande appuntamento a Verona (8/12 aprile 2010) in cui tutto il meglio del Bel Paese enoico ribadisce la sua vitalità, spiega i suoi progetti e dichiara le sue aspettative.
Non c’è al mondo, un Paese come l’Italia che possa fare del suo vino un pass-partout che porta a scoprire ambienti e paesaggi unici, monti, mari, colline, pianure, isole, castelli e città note e meno note, borghi, paesi, case di pietra e campanili, siti archeologici, vulcani e, finalmente, uomini e storie. Luoghi, storie e persone diverse che, anche nel caso di quelle più isolate, hanno sempre una vite da custodire e un vino da far assaggiare. Nell’apparentemente semplice gesto del bere, il vino italiano, forse più di tutti, racchiude in sé senso, profondità, originaria ricchezza e perfino storia.
Tutti elementi solo in apparenza lontani, perché al contrario di quanto siamo spesso indotti a pensare, il vino è una cosa relativamente semplice, non è la musica o la letteratura. E’ sempre possibile fare la prova, rapida, diretta e senza mediazioni: bere e verificare se esiste un minimo di consuetudine con quel gesto e se quel gesto stimoli un discorso, una riflessione, capace di scavalcare il confine ristretto del bicchiere. Scegliere tra l’enorme ed articolatissima offerta del vino italiano può apparire difficile, ma, preliminarmente, può bastare pescare dal mucchio.
Prendete un vino storico, di quelli che hanno carattere e personalità, nel panorama del Bel Paese ce ne sono molti: Barolo, Barbaresco, Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, Bolgheri, Amarone della Valpolicella, Sagrantino di Montefalco, Taurasi, Soave, Salice Salentino, Verdicchio, TrentoDoc, Franciacorta, Passito di Pantelleria, solo per fare alcuni esempi. Sarà immediata la possibilità di sentire una serie di sensazioni se non “spigolose”, almeno faticose e cercare la sponda di un qualche cibo, che confermerà quanto sia semplicemente assurdo bere vino senza mangiare. Al sorso dopo sarà già tutto cambiato perché nel frattempo sarà passato dalla bocca un pezzo di pane, di carne o di pesce. Ma simultaneamente il primo sorso starà ancora lavorando nelle vostre sensazioni e nella vostra memoria, pizzicando corde spesso dimenticate.
Sarà allora immediatamente chiaro che gustare un vino è una faccenda che non riguarda tanto il primo sorso, o gli istanti in cui lo si beve, ma tutto il tempo dopo, la storia che il vino racconta. Per tutta la cena farete un viaggio tra sensazioni che cambiano e vi impegnano, ma che, in qualche modo, vi ricompensano non solo in termini di piacere ma anche di spazi di esistenza ulteriori guadagnati o ri-guadagnati. Tutto qua. Quando lascerete la tavola, qualcuno vi dirà quello che era, un vino di una certa annata e di un certo vigneto: una delle tante possibilità. E le altre svariate combinazioni sono altri mondi, altre scoperte, altri viaggi. Roba da rimanerci intrappolati e risvegliarsi tempo dopo con venti chili di più e una incontrollabile propensione alle vacanze enogastronomiche.
Alessandro Regoli - Direttore www.winenews.it
 
Focus - Vino & Curiosità
- Chiude il 2009 con il segno positivo il Liv-ex, l’indice che monitora le 100 bottiglie più prestigiose e ricercate al mondo

Chiude il difficile 2009, con il segno positivo (+0,9%), il Liv-Ex, l’indice che monitora le 100 etichette più prestigiose e ricercate al mondo (www.liv-ex.com), registrandone le oscillazioni di prezzo. Un indice, che come accade per quelli che stimano il mercato azionario, indica le “azioni” enoiche più interessanti. Dal punto di vista delle tipologie, a far la parte del leone in questo indice sono i rossi di Bordeaux (91,33%), seguiti a debita distanza dai Borgogna (3,49%), dagli Champagne (3,32%), dai vini bianchi di Bordeaux (1,04%), dai vini italiani (0,63%) e da quelli del Rodano (0,19%).
- I territori del vino più desiderati secondo l’Università del Salento
Chianti, Trentino, Montalcino, Montepulciano, Franciacorta, Sicilia, Langhe, Asti, Salento, Conegliano e Valdobbiadene: ecco i territori più desiderati dagli appassionati secondo un sondaggio WineNews-Università del Salento, che coglie anche il profilarsi nell’Italia del vino di due modelli strategici distinti; da una parte, le denominazioni-icona, quelle più note e prestigiose, dal Brunello di Montalcino al Barolo, dal Chianti Classico alla Franciacorta, dal Nobile di Montepulciano al Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, che garantiscono qualità e valore ai consumatori; dall’altra, le denominazioni meno forti o poco conosciute, che vanno avanti grazie alla notorietà dei brand aziendali o dei vitigni autoctoni del loro territorio.
- Vino & Internet: un rapporto difficile. A dirlo la classifica “Cantine in web” di www.winenews.it
Internet non fa breccia nel cuore delle cantine italiane, che continuano a guardare la rete con distacco: ecco la tendenza che emerge dalla classifica “Cantine in Web”, edizione n. 9, frutto di un monitoraggio, unico nel suo genere, che www.winenews.it, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, svolge ogni anno analizzando oltre 2.350 siti per misurare lo stato dell’arte delle aziende vinicole italiane. A guidare la graduatoria la griffe veneta Santa Margherita (www.santamargherita.com), seguita da una pattuglia di cantine siciliane: Planeta (www.planeta.it), ex-aequo con Donnafugata (www.donnafugata.it) al secondo posto, e Tasca d’Almerita (www.tascadalmerita.it) a completare il podio. Poi il trio Duca di Salaparuta-Vini Corvo-Cantine Florio (www.duca.it, www.vinicorvo.it, www.cantineflorio.it, le tre cantine della Illva di Saronno), Caprai (www.arnaldocaprai.it), Josko Gravner (www.gravner.it ), Fratelli Muratori (www.arcipelagomuratori.it); quindi, Feudi di San Gregorio (www.feudi.it), Poggio Argentiera (www.poggioargentiera.com) e Ferrari (www.cantineferrari.it). La “Top 12” si chiude con Cavit (www.cavit.it) e Berlucchi (www.berlucchi.it).
- 2010: bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto?
Dopo il 2009, un anno all’insegna del calo nei fatturati (tra il 5% e il 10%), 25 fra le aziende vitivinicole più importanti d’Italia per storia, volume d’affari e immagine dichiarano il loro “sentiment” generale sul 2010 dividendosi tra chi lo percepisce come abbastanza positivo e chi, invece, come negativo. Il risultato emerge da un sondaggio realizzato da www.winenews.it, in collaborazione con Vinitaly, che evidenzia anche, dal punto di vista delle performance di ogni singola azienda, un “ottimismo della volontà” in grado di sconfiggere il “pessimismo della ragione”: il 63% si aspetta un 2010 abbastanza positivo e il 37% positivo.
- Quali sono le etichette italiane più pagate e ricercate dai collezionisti?
Masseto (Tenuta dell’Ornellaia), Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno, Brunello di Montalcino Riserva di Franco Biondi Santi, Amarone della Valpolicella Dal Forno, Sassicaia (Tenuta San Guido), Solaia (Marchesi Antinori), Barbaresco Asili e Barbaresco Santo Stefano e Barolo Rocche del Falletto di Bruno Giacosa, Barolo Cascina Francia (Giacomo Conterno), Barolo Granbussia Aldo Conterno, Sorì Tildin e Barolo Sperss (Gaja) … Sono alcune delle etichette italiane più ambite dai collezionisti di tutto il mondo. Lo ha stabilito la Gelardini & Romani Wine Auction, la prima casa d’aste italiana specializzata in vino, che ha classificato il top del vino italiano in asta, in base ai maggiori livelli di prezzo e alla minore percentuale di lotti invenduti. Una iniziativa per indicare con chiarezza le etichette italiane per cui esiste una reale richiesta internazionale e sulle quali vale, sicuramente, puntare.

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