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RICERCA E VINO

Vino, maggiore è la conoscenza dei processi produttivi, meno il consumatore è disposto a pagare

Secondo una ricerca della Oregon State University, l’eccesso di informazioni dato dalle aziende è controproducente, ma premia il vino bio
CONSUAMTORI, OREGON UNIVERSITY, PROCESSI PRODUTTIVI, vino, Mondo
Quanto conta la conoscenza dei processi produttivi nella definizione del prezzo?

Tra tutti i prodotti della terra, o comunque del lavoro agricolo, il vino è senza dubbio quello a maggior valore aggiunto, ma anche quello su cui il consumatore medio, in fin dei conti, sa meno. Il processo produttivo che porta dal grappolo alla bottiglia, infatti, è lungo e complesso, e tanti aspetti scontati per chi è del settore, sono praticamente imponderabili per la casalinga che sceglie la bottiglia al supermercato. L’industria agroalimentare, in questo senso, ha imboccato da tempo una strada ben precisa: offrire al consumatore finale il maggior numero di informazioni possibile sui processi produttivi, nella speranza che a maggior trasparenza corrispondano maggior consapevolezza e fidelizzazione. Ma funziona davvero così? Per il mondo del vino, possiamo dire di no, o comunque non del tutto. Come rivela una ricerca della Oregon State University, con la collaborazione dell’economista Nadia Streletskaya e della Cornell University, pubblicata dalla rivista scientifica “Plos One” i consumatori abitualmente disposti a spendere di più per un vino certificato biologico o organico rispetto ad uno convenzionale, una volta messi a conoscenza dei processi produttivi e del funzionamento degli standard delle certificazioni, riducono drasticamente il budget previsto per l’acquisto di una bottiglia.
È anche vero, però, che maggiori informazioni fornisce l’industria enoica e più torna a crescere la disponibilità di spesa verso prodotti bio e organici
, e questo perché l’assenza di ingredienti aggiunti nei vini convenzionali è considerata, anche ignorando i processi produttivi ed il ruolo di questi ingredienti, come qualcosa di positivo in quanto tale. L’uso, e le quantità usate, di solfiti, ingredienti per la chiarifica (come l’albume d’uovo) ed i lieviti, spontanei o selezionati, diventa così una discriminante nel giudizio del consumatore e nel prezzo che è disposto a riconoscere alla bottiglia di vino. Eppure, attraverso la comunicazione e la pubblicità, ma anche le visite in cantina, le aziende del vino sono sempre più disposte a mettersi a nudo, con il risultato, però, che chi fa vini integralmente biologici continuerà ad essere premiato dai consumatori, chi produce vini da uve biologiche, non seguendo quindi in prima persona il vigneto, rischia di guadagnare qualcosa in meno, e chi invece fa, seppure in maniera impeccabile, vino tradizionale, verrà con ogni probabilità “punito” da un mercato sempre più attento, ma non per questo più preparato, ai metodi ed alle scelte produttive.

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