Tra le difficoltà del mercato da cui neanche “sua maestà” lo Champagne (la cui filiera vitivinicola muove quasi 6 miliardi di euro all’anno) è esente, ed il fatto che anche il più famoso tra i vini francesi si trovi coinvolto, suo malgrado, nelle diatribe geopolitiche, tra Gaza e la Groenlandia, e nello scontro aspro, per ora verbale, tra il presidente Usa, Donald Trump, ed il collega francese, Emmanuel Macron, i dati di chiusura del 2025 e la nuova querelle sui dazi Usa non regalano certo il buonumore tra i vigneti delle celebri bollicine francesi, le più famose del mondo, che hanno proprio negli States il primo mercato straniero sia in volume che in valore (27,4 milioni di bottiglie per 890 milioni di euro nel 2024). Secondo i dati appena rilasciati dal Comité Champagne, infatti, le spedizioni 2025 si sono fermate a 266 milioni di bottiglie, in leggero calo sul 2024 (271 milioni), di cui 152 andate nel mondo, e 114 rimaste in Francia.
Ma dalle voci del Comité si prova, comunque, a cercare serenità. Perché lo Champagne “è una denominazione forte, e con azioni coordinate continueremo a far brillare gli occhi di tutti coloro che, in tutto il mondo, amano i grandi vini, il sogno, la fraternità, la festa e la vita”, sottolinea David Chatillon, presidente Union des Maisons de Champagne e copresidente Comité Champagne. Mentre guardando al mercato francese, che comunque resta quello di riferimento, Maxime Toubart, presidente Syndicat Général des Vignerons e altro copresidente del Comité Champagne, sottolinea come la Francia stessa “sia una vetrina per la nostra denominazione”, con un mercato interno che “va rafforzato. Abbiamo tutte le carte in regola - vini di eccellenza, un savoir-faire unico e la forza del collettivo - per consolidare questa posizione e far risplendere lo Champagne”.
Ma, di certo, la minaccia di dazi al 200% sui vini francesi lanciata da Trump per il “rifiuto” di Macron di prendere parte al “Board of Peace” su Gaza sarebbe disastrosa se si concretizzasse, e la sola prospettiva allarma gli operatori tanto di Francia quanto degli States. “Che si tratti della Groenlandia o del Consiglio per la Pace a Gaza, le recenti minacce di dazi doganali non sono una buona notizia: aggravano la crisi tra gli Stati Uniti, l’Ue e la Francia. Si tratta di questioni geopolitiche che vanno oltre le sfide settoriali dei vini e dei distillati. Per quanto riguarda la politica commerciale, essa è una competenza esclusiva dell’Unione Europea. Il tema deve, quindi, essere affrontato a livello europeo, in modo unitario e coordinato, ed espresso con una sola voce”, spiega una nota della Fevs-Federation des Exportateurs des Vins & Spiriteux de France, con il presidente, Gabriel Picar, che sottolinea: “queste dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti devono essere prese sul serio, ma con sangue freddo. In questo senso, i prossimi incontri che dovrebbero svolgersi nel corso della settimana tra i dirigenti americani, europei e francesi (con un riferimento implicito anche al Forum di Davos, in corso in questi giorni, ndr) saranno importanti”.
Ma, come già successo per i dazi al 15% ad oggi in vigore su tutti i vini europei diretti in Usa, italiani compresi, ad essere molto preoccupati sono anche i commercianti americani, con la Wine & Spirits Wholesalers of America che, spiega una nota ufficiale, “si oppone fermamente all’uso di minacce commerciali punitive contro vini e distillati importati, incluse le dichiarazioni recenti che suggeriscono una tariffa del 200% su vini e Champagne francesi legata a negoziati geopolitici non correlati”. D’altronde, spiega la Wswa, secondo i dati SipSource, a fine 2025 i numeri parlano di 52 mesi consecutivi di calo in volume delle vendite di vino, con lo Champagne che, rappresentando da solo il 17% dei ricavi relativi agli spumanti, è una delle poche categorie in crescita, e “qualsiasi azione che interrompa l’accesso a questi prodotti avrebbe conseguenze immediate e gravi per i distributori americani”.
“Le dichiarazioni su potenziali dazi estremi - soprattutto quando legati a questioni non commerciali - creano incertezza in tutto il sistema - ha dichiarato il presidente e Ceo Wswa, Francis Creighton - anche la sola prospettiva di una tassa del 200% sui beni importati sconvolge le catene di approvvigionamento, i contratti e le decisioni sui prezzi, e alla fine mette a rischio i posti di lavoro americani. Quando i dazi prendono di mira vino, Champagne e distillati, il “dolore economico” viene sentito per primo dai lavoratori americani. Prezzi più alti significano meno consumatori che mangiano fuori, meno turni per baristi e camerieri e meno attività economica nelle comunità locali”, ha aggiunto Creighton.
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