Non solo la vigna che torna ad essere coltivata tra i resti dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C.: a Pompei nasce una vera e propria azienda vitivinicola unica al mondo, grazie all’importante e prestigioso progetto di “eno-archeologia” frutto del partenariato pubblico-privato tra il Parco Archeologico e Feudi di San Gregorio, la cantina del Gruppo Tenute Capaldo “custode” della storia del vino dell’Irpinia e della Campania, che lo presenteranno il 3 febbraio, al Ministero dell’Agricoltura a Roma, con il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, Attilio Scienza, docente universitario di viticoltura all’Università di Milano e tra i massimi esperti internazionali del settore, Gabriel Zuchtriegel, direttore Parco Archeologico di Pompei, e Antonio Capaldo, presidente Feudi di San Gregorio, moderati da Daniela Scrobogna, presidente Comitato Scientifico Scuola Alta Formazione Fis (Fondazione Italiana Sommelier) e Bibenda.
In uno dei siti più iconici del patrimonio archeologico mondiale, il Parco Archeologico di Pompei e la cantina Feudi di San Gregorio stanno dando vita ad un’azienda vitivinicola unica nel suo genere, con oltre 6 ettari di vigneti coltivati secondo pratiche biologiche e sostenibili, e con una cantina situata nell’area archeologica. Un progetto con finalità culturali prima che commerciali, volto a far rivivere la storia del vino laddove, duemila anni fa, questo prodotto si faceva ambasciatore della civiltà romana nel mondo.
Il sito di Pompei offre, del resto, un’opportunità unica: coltivare su terreni di origine vulcanica, intatti da oltre due millenni, e riscoprire tecniche agronomiche antiche, supportati da una solida collaborazione scientifica con importanti università. Ma ancora più unica è la forma con cui tutto ciò prende vita: un partenariato sperimentale, in cui pubblico e privato uniscono le forze in nome del bene comune, per portare nel mondo un modello virtuoso del made in Italy che racconta bellezza, sostenibilità e responsabilità.
Il progetto nasce dalla convinzione che agricoltura e cultura siano due espressioni della medesima tensione dell’uomo verso la cura: della terra, dello spirito, della comunità. Entrambe, non a caso, derivano dal verbo latino colere, “coltivare”.
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