In un momento storico dove il vino si trova ad affrontare una delle sue fasi più critiche, la soluzione per uscirne può essere quella di difendere i propri punti di forza, tipicamente italiani, ma anche allo stesso tempo saper cavalcare il cambiamento. E ciò può significare anche produrre meno, perché è il mercato con la sua richista che, giocoforza, detta i ritmi. Ma si deve anche continuare ad investire su quella “Italian Way” fatta di bere consapevole - riaffermando che il vino bevuto in maniera misurata e ai pasti non è un danno per la salute - e di abbinamento con la cucina, tratti di cui l’Italia è esempio ammirato, e senza mai dimenticare le opportunità che il mondo continua ad offrire, gettando, ad esempio, i primi semi in quei mercati oggi piccoli e marginali, nei numeri, ma che potranno sedere al tavolo dei “big” in futuro. Sono alcuni dei messaggi dell’incontro “Oltre i confini del vino. Strategie per la diffusione del Made in Italy enogastronomico”, a cura di Agenzia Ice-Italian Trade Agency, che ha riunito esponenti di primo piano del settore, nel “Forum in Masseria” n. 6, la rassegna economica e politica organizzata da Bruno Vespa e Comin & Partners in programma fino ad oggi a Masseria Li Reni, a Manduria, il cuore produttivo enoico del decano del giornalismo italiano (ma anche “vigneron” da oltre dieci anni con il progetto “Vespa Vignaioli”), mettendo al tavolo, tra gli altri, il presidente Ice, Matteo Zoppas, i produttori e presidenti delle organizzazioni di filiera Albiera Antinori (Marchesi Antinori e Gruppo Vini Federvini) e Lamberto Frescobaldi (Frescobaldi e Unione Italiana Vini - Uiv), Federico Bricolo (presidente Veronafiere), ed Andrea Cipolloni (ad Eataly).
Il tema delle difficoltà del vino, e di come superarle, è stato centrale. Per Lamberto Frescobaldi, presidente Unione Italiana Vini -Uiv e produttore alla guida del Gruppo Frescobaldi, nome storico del vino del Belpaese, la ricetta è chiara e non include il tema delle estirpazioni come, ad esempio, avviene in Francia: “bisogna produrre meno, le cantine sono piene, questo è un tasto molto dolente. Dobbiamo affrontare almeno un paio di anni dove è necessario ridurre le rese a ettaro. Il vino è un prodotto voluttuario, se c’è tanta offerta il prezzo scende, se c’è tanta domanda il prezzo sale”. Un calo dei consumi, e quindi un “plus” di rimanenze, che riguarda non solo i vini rossi, ma anche i bianchi. Frescobaldi cita i dati di “Cantina Italia”, dove il confronto tra febbraio 2025 e lo stesso mese 2026, mostra che “le giacenze dei vini bianchi sono molto aumentate. Tante zone in Italia producono 400 quintali all’ettaro di uva, ci sono disciplinari di produzione che sono generosi. Servono il blocco degli impianti e un abbassamento delle rese: allora, poi, tutti gli sforzi, anche di promozione, danno una mano. E dobbiamo mettere più soldi in tasca ai giovani, le persone bevono più tardi perché hanno un equilibrio economico che la mia generazione raggiungeva prima. Oggi per chi ha 25 anni è diverso, si parla del vino che viene consumato con il pasto, ma uno studio Ikea dice che il tavolo da cucina non viene più comprato, e che le persone mangiano in piedi, sul divano, sul letto”.
Per Albiera Antinori, presidente Gruppo Vini Federvini e presidente del brand del vino italiano più ammirato nel mondo, Marchesi Antinori, è importante sottolineare, in questo momento storico, quella peculiarità tutta italiana del consumo virtuoso di vino, e di bevande alcoliche in generale, evidenziato dallo studio di Federvini in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, nei giorni scorsi: “nelle difficoltà esistono delle possibilità, nuove idee, l’apertura di nuovi mercati e poi c’è l’impegno per combattere questa tendenza che contrasta il consumo del vino. L’Italia è il secondo Paese per aspettative di vita e il consumo di vino avviene per l’80% durante i pasti. Un consumo legato al cibo porta a dei benefici e in un momento in cui la cucina italiana diventa patrimonio Unesco, e nella cucina c’è anche il vino, deve essere usata come opportunità di comunicazione e leva di marketing come già si sta facendo, dall’Ice al Governo”. E alla luce dell’interesse manifestato dai visitatori per l’enogastronomia, “bisogna spingere il turismo a venire in Italia per il cibo e per il vino”. L’enoturismo è una risorsa per il presente e il futuro, ed Albiera Antinori ha lanciato anche una proposta a livello istituzionale ovvero quella di chiedere la delega, per la parte dell’enoturismo, al Ministero dell’Agricoltura, ricalcando ciò che avvenne quando al vertice del Dicastero di via XX Settembre c’era Gian Marco Centinaio. Riguardo alle rimanenze in cantina, la presidente del Gruppo Vini Federvini afferma che i “dati di “Cantina Italia” indicano che un rallentamento c’è, l’ideale sarebbe ridurre le rese dove il prodotto non ha mercato, ma esistono delle denominazioni dove questo problema non esiste. Il blocco degli impianti non è un tema che risolve l’emergenza, quando si pianta la vigna per i primi tre anni la produzione è ferma”.
Per Matteo Zoppas, presidente Ice-Italian Trade Agency, “il vino è una delle categorie che l’Ice sta aiutando di più. Sta attraversando, sui numeri, delle criticità, ma questo non significa che non dobbiamo accelerare nell’aiuto e lo stiamo facendo. Stiamo mettendo in piedi una progettualità. Il vino in questo momento sta avendo un rallentamento soprattutto in America. Ci sono tre elementi da considerare, i dazi, che vanno insieme al cambio euro-dollaro, e una tematica di comportamento del consumatore, e c’era, anche se non ha influito secondo la maggior parte degli importatori, la famosa legge sulla liberalizzazione della cannabis. Gennaio si è aperto con un -35%, che è tantissimo, ma è un dato “confuso” da un aumento monstre (a causa della corsa alle scorte in previsione dei dazi, come Zoppas ha spiegato anche in un’intervista con WineNews, ndr) che c’era stato a gennaio 2025 del +19% sul 2024: in realtà saremmo ad -16% su un anno “normale”, dato probabilmente ancora figlio della logica “stock in-stock out”. Noi nel frattempo dobbiamo fare tutto quello che possiamo, compensare la negatività con gli strumenti che abbiamo a disposizione come l’aumento degli incoming che facciamo nelle fiere. A Vinitaly 2026 abbiamo accelerato con un +20% sullo scorso anno. E ci sono tre opportunità molto importanti per il vino: Mercosur, India e l’Australia. Non è facile aprire nuovi mercati, ma bisogna riuscire a portare il prodotto fuori dal contesto classico”.
E a Vinitaly 2026 a Verona (Veronafiere, 12-15 aprile) ci saranno “buyer e stakeholder in arrivo da 130 Paesi - ha ricordato Federico Bricolo, presidente Veronafiere - i vini presentati a Vinitaly saranno raccontati in tutto il mondo. In un momento di grandi sfide per il mondo del vino, l’Italia ha delle carte in più: una biodiversità unica e la cucina italiana che è il primo ambasciatore per il vino italiano”. Per Bricolo la promozione è fondamentale, sia dentro che fuori dai confini nazionali: “nel nostro Paese serve puntare sull’enoturismo, l’accoglienza in cantina si sta strutturando sempre di più, ma va anche aiutata in tutte quelle che sono le normative. Per l’estero è necessaria una promozione di grande qualità, e l’Ice sta facendo tantissimo”.
A dare la sua visione anche Andrea Cipolloni, ad Eataly, brand fondato da Oscar Farinetti che, soprattutto all’estero, ha contribuito in maniera importante, negli ultimi 15-20 anni, ad affermare il made in Italy di qualità nel mondo. E, soprattutto, nel mercato negli Stati Uniti, dove, però “vediamo dei cambiamenti continui e repentini - sottolinea Cipolloni - che poi vanno a toccare tanti aspetti, vino compreso. Negli Stati Uniti, nei ristoranti, il secondo servizio non esiste più. Dalle ore 9 di sera, dal Covid in poi, nei ristoranti non c’è più nessuno”. L’ora di punta scala nella fascia dalle ore 17-17:30, e, quindi, “abbiamo dovuto ritoccare tutti i menù, oggi piace più “stuzzicare” il cibo e questo influisce anche sul modo di bere. Il consumo di vino è sceso, noi combattiamo come possiamo, soprattutto attraverso gli eventi. E c’è un trend verso l’healthy, il salutismo, molto importante di cui dobbiamo prendere atto”.
Un’altra visione è arrivata anche da Raffaele Alajmo, founder and ceo Gruppo Alajmo, che, oltre a Le Calandre di Rubano, ristorante 3 stelle Michelin, con il fratello Massimiliano, controlla molte altre insegne in Italia e nel mondo, e produce cibo di qualità con la Alajmo Food and Design (numerose le referenze, dai biscotti alle conserve). “Trovo che i giovani abbiano una cultura alimentare da non sottovalutare, leggono le etichette, sono attenti al biologico, al naturale. Credo, però, che la ristorazione italiana abbia bisogno dell’esperienza che si vive all’interno di un ristorante, di una trattoria, di una pizzeria italiana, che è qualcosa di unico e attualmente richiesto dal mondo. Lo spirito italiano - spiega Alajmo - è ricercato, fa rilassare, fa stare bene le persone, ti fa sentire a casa. Serve investire nel mestiere di chi è in sala perché è qui il vero ambasciatore del settore, anche del vino. Ma i camerieri italiani stanno sparendo, devono avere più soldi in tasca e la loro deve essere considerata una professione importante quanto lo chef che oggi è una divinità. Guardando ai prossimi cinque anni, molti ristoranti storici non ci saranno più perché chiuderanno, è sempre più difficile gestire un ristorante e se non sei strutturato come azienda, ti stanchi. Credo che verranno fuori più catene, più gruppi, ci saranno più marchi, e meno famiglie, alla guida dei ristoranti”.
Tante tendenze, insomma, osservate da più punti di vista, che contribuiscono a definire uno scenario in continuo cambiamento, che ovviamente riguarda anche, e soprattutto, il vino ed il suo ruolo a tavola.
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