I “vini Piwi”, in Italia, pur rappresentando ancora una nicchia, sono in ascesa, tanto guardando ai numeri che all’appeal. Merito delle loro caratteristiche: basti pensare che - aspetto da non sottovalutare in questo momento storico - nascono da quei “vitigni resistenti” che possono essere una risposta valida ai sempre più frequenti cambiamenti climatici, e al ritorno di tante malattie della vite come peronospora o oidio. E, in un periodo di attenzione sempre più costante alla sostenibilità, si sposano con i nuovi trend dei consumatori moderni. Eppure, nonostante i Piwi siano autorizzati in diverse regioni (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Piemonte), la loro diffusione è limitata, concentrata in gran parte nel Nord-Est, dove si trovano circa 2.000 ettari totali. Lo sblocco del divieto nelle Do potrebbe incrementarne notevolmente l’uso, ma è un tema, questo, che fa discutere, come già testimoniato da tanti enologi di primo piano del Belpaese (intervistati, anche su questo tema, ma non solo, da WineNews, in questo video).
In ogni caso, secondo alcuni, l’introduzione dei vitigni Piwi nelle denominazioni di origine - prevista dell’Ue, ma attualmente non dal nostro Testo Unico (art. 33 comma 6, legge 238/2016) che ne consente l’utilizzo soltanto nelle Igt - potrebbe aprire una nuova fase, ma non mancano le resistenze. Per Nicola Biasi, enologo tra i principali interpreti italiani del mondo Piwi, e che da anni porta avanti la rete di imprese “Resistenti Nicola Biasi”, composta da aziende di territori diversi che hanno puntato sui Piwi (Albafiorita e Tenuta della Casa in Friuli-Venezia Gilia, Ca’ da Roman, Colle Regina e Poggio Pagnan in Veneto, Oddone Prati in Piemonte, Vin de la Neu in Trentino, ed il Progetto Mosella in Germania), la posizione è chiara. E, quindi, che l’introduzione di piccole percentuali di vitigni resistenti non dovrebbe essere vista come una minaccia all’identità di una Doc o Docg, ma, al contrario, un territorio forte dovrebbe saper assorbire innovazioni mirate senza perdere riconoscibilità. “Se una denominazione - osserva Biasi - teme che l’introduzione di una piccola percentuale di un vitigno resistente, ad esempio un 10-15%, possa snaturare lo stile del vino, allora forse la sua identità non è così solida come si pensa”. Letta in questa prospettiva, il futuro dei Piwi, dunque, non dipende solo dalla normativa o dalla disponibilità vivaistica, ma anche dalla fiducia dei produttori e dalla capacità di cambiare prospettiva. In Italia, secondo Biasi, il freno principale resta culturale: “siamo più legati e fedeli al vitigno che al territorio e questo rende più difficile accettare il cambiamento”, tanto che il vitigno dovrebbe essere considerato “un mezzo e non un fine” e quindi uno strumento per esprimere al meglio il territorio, oggi anche in chiave di maggiore sostenibilità.
Quando si parla di vitigni resistenti, il rischio è fermarsi alla superficie: meno trattamenti, meno impatto ambientale, più sostenibilità. Ma per Nicola Biasi, questo racconto oggi non basta più. La questione decisiva non è dimostrare che queste varietà siano utili all’ambiente, ma, piuttosto, che possano dare vita a vini capaci di competere, per qualità e identità, con quelli ottenuti dai vitigni tradizionali. D’altronde studi come quello condotto dalla cantina Albafiorita, evidenziano una riduzione del 38% delle emissioni di Co2 e fino al 70% del consumo d’acqua. Per questo, secondo l’enologo, la vera partita si gioca altrove: in cantina, nella capacità di interpretare correttamente queste varietà senza timori, pregiudizi o scorciatoie. “È grazie ad anni di ricerca che riusciamo a mettere in bottiglia vini pluripremiati che non hanno nulla da invidiare ai tradizionali”. Con la rete “Resistenti Nicola Biasi”, l’enologo porta avanti da anni un’attività di studio e sperimentazione dedicata al comportamento delle varietà Piwi. “Da anni studiamo, attraverso delle nanovinificazioni, il comportamento fermentativo delle varietà resistenti in diverse condizioni di temperatura, torbidità, nutrizione”. La qualità è decisiva perché, se è vero che il consumatore può essere incuriosito dalla sostenibilità, allo stesso tempo sceglierà di nuovo un vino solo se lo trova buono, equilibrato, convincente. Biasi invita anche a superare un equivoco ancora molto diffuso: i Piwi non sono Ogm, ma il risultato di incroci naturali ottenuti per impollinazione tra specie diverse di vite. Eppure, questa distinzione fatica ancora a imporsi. Per l’enologo, il problema è culturale e questo perché “tutto ciò che è nuovo tende a generare diffidenza, soprattutto in un settore fortemente legato alla tradizione come quello del vino”.
Per “Resistenti Nicola Biasi” i benefici in vigneto, con la scelta dei Piwi, sono evidenti: la riduzione dei trattamenti fitosanitari comporta meno passaggi con i mezzi agricoli, minori consumi di gasolio, meno emissioni di Co2, minor compattamento dei suoli e una gestione più sicura per gli operatori. E la sostenibilità non sostituisce il lavoro dell’uomo, semmai lo rende ancora più consapevole. “La qualità del risultato finale dipende, comunque, dalle scelte agronomiche ed enologiche, dall’uomo”, aggiunge Biasi, rimarcando che i Piwi non sono una categoria indistinta. Souvignier Gris, Johanniter, Bronner, Soreli, Solaris, Cabernet Eidos e Cabernet Cortis sono varietà profondamente diverse tra loro, proprio come lo sono Merlot, Sangiovese o Teroldego. “Anche tra i Piwi esistono differenze marcate in termini di profilo aromatico, struttura e comportamento enologico. Il punto non è tanto classificare, ma imparare a conoscerli e soprattutto a vinificarli correttamente per esaltare il territorio dove vengono coltivati”. Tra le varietà più promettenti, Biasi individua nel Souvignier Gris come un esempio particolarmente significativo. È un vitigno versatile, capace di mantenere acidità anche con maturazioni zuccherine importanti e adatto a interpretazioni diverse, dagli spumanti alle macerazioni, e “rappresenta bene uno stile contemporaneo e moderno, in grado di rispondere alle esigenze stilistiche attuali”, Ma quello che conta, alla fine, è che “bisogna prima di tutto fare vini buoni, convincenti, capaci di parlare al consumatore”.
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