Negli ultimi cinque anni, l’80% dei produttori italiani ha rilevato un calo dei consumi di vino; per due terzi la tendenza è attesa anche nei prossimi anni. Nonostante ciò, il 70% dei produttori continua a ritenere il settore attrattivo, considerandolo destinato ad un processo di selezione più severo. Ma il 58% dei maggiori produttori di vino si attende per il 2026 una crescita delle vendite complessive. La diversificazione dell’offerta è considerata la leva principale per far fronte al cambiamento dei consumi (lo pensa il 72% delle imprese), seguita dall’apertura o sviluppo di nuovi mercati (64%). Il rafforzamento delle attività di marketing e di comunicazione è fondamentale per il 60% delle aziende; seguono lo sviluppo di nuovi canali di vendita e la maggiore attenzione alla sostenibilità (45% delle opzioni). Il presidio dell’intera filiera produttiva e commerciale è ritenuto il modello organizzativo più idoneo (lo preferisce il 50% delle aziende). In questa direzione si muovono anche le operazioni di merger & acquisition, insieme ad iniziative finalizzate ad esigenze di consolidamento locale ed a tematiche di passaggio generazionale. Il focus resta su una produzione di qualità ritenuta determinate per i consumatori da metà delle aziende, subito dopo il prezzo (fondamentale nei due terzi dei casi). Le sfide si affrontano con nuovi investimenti: negli ultimi tre anni, quelli dei maggiori produttori hanno riguardato principalmente cantina (nel 90% dei casi), efficienza energetica (77%) e tecnologia (57%). Nel 2025 gli investimenti complessivi risultano in aumento del 3,5% sul 2024, mentre la spesa per gli investimenti pubblicitari è in calo del 5,4%, attestandosi al 2,6% delle vendite. È il sentiment che emerge dall’indagine sul settore vinicolo in Italia, firmata dall’Area Studi Mediobanca, che riguarda 255 principali società di capitali italiane, con fatturato 2024 superiore ai 20 milioni di euro e ricavi aggregati per 12 miliardi di euro, di cui la metà oltreconfine, presentato ieri a Milano, alla presenza di vertici di cantine leader del vino italiano come Federico Ceretto (Ceretto), Roberta Corrà (dg Giv - Gruppo Italiano Vini e presidente Italia del Vino Consorzio), Renzo Cotarella (ad Marchesi Antinori), Lamberto Frescobaldi (presidente Marchesi Frescobaldi), Riccardo Pasqua (ad Pasqua Vigneti e Cantine), Josè Rallo (ad Donnafugata), Massimo Romani (ad Argea) e Massimo Tuzzi (ad Holding Terra Moretti).
Rapporto che, nei numeri del 2025, conferma quanto emerso da un sondaggio WineNews in materia di inizio anno. Nello scorso anno, infatti, i maggiori produttori italiani hanno registrato un calo delle vendite del -2,8% sul 2024: il mercato estero (-3,4%) risulta più debole di quello nazionale (-2,2%). Dati che si riflettono anche nei consumi pro-capite nazionali, passati da 38 litri del 2022 a 35,6 del 2025. Ad essere più penalizzate sono le realtà più piccole, con un fatturato sotto i 30 milioni di euro, che registrano vendite in calo del -3,5%, e quella “capital intensive”, ovvero con immobilizzazioni materiale superiore al 30% del totale attivo 2024, con un giro di affari a -3,7%. Ma a ridursi è soprattutto la redditività, sul 2024, con il -4,2% dell’Ebitda, il -9,5% l’Ebit e il -7,5% del Risultato Netto. Un calo dei margini legato anche al rallentamento delle vendite “on premise”, con l’Horeca, che vale il 17,2% del mercato del vino, in calo del -2% sul 2024, ed enoteche e wine bar (che pesano per il 5,5%) a -5,1%. Ma flettono anche le vendite dirette in cantina (che valgono il 7,8 del mercato del vino), a -1%, e giù anche le vendite on line, sia sui siti internet aziendali (-2,4%) che sulle piattaforme terze (-3,6%). Guardando ai singoli prodotti, sottolinea ancora Mediobanca, nel 2025 hanno mostrato una maggior tenuta i vini spumanti (-1,5% le vendite complessive contro il -3,3% degli altri). I vini biologici hanno raggiunto il 6,2% del mercato (-0,8% le vendite), al di sotto dello 0,5% i vini No-Low Alcol. Soffre di più la fascia di prezzo intermedia, in calo del 3,1%, mentre fanno -2,7% i “vini basic” e -2,2 i premium. Come noto, il calo è stato anche all’export, con un -3,4% complessivo per le aziende dell’indagine, di cui -2,7% nei Paesi Ue (che pesano per il 37,2% del totale), e -6,3% in particolare in Usa, a fronte di un Regno Unito più statico (-0,7%), guardando ai principali mercati del vino italiano.
Guardando ai “top player” del vino italiano per fatturato, secondo Mediobanca, la leadership delle vendite nel 2025 resta appannaggio del gruppo Cantine Riunite-Giv con un fatturato a 635,1 milioni di euro (-4,6% sul 2024). Al secondo posto si conferma il polo vinicolo Argea (462,9 milioni, -0,3%), seguito da Italian Wine Brands, con 395,9 milioni (-1,5% sul 2024). Fatturato 2024 superiore ai 300 milioni di euro anche per la cooperativa romagnola Caviro (351,3 milioni) in calo dell’8,8% sul 2024. Otto le società che, per Mediobanca, si collocano nella fascia di ricavi compresi tra i 200 e 300 milioni di euro: la toscana Antinori (fatturato 2025 pari a 259,7 milioni di euro, in calo dello 0,7% sul 2024), la veneta Herita Marzotto Wine Estates (246,7 milioni di euro, -0,6%), la cooperativa trentina Cavit (242,8 milioni di euro, -4,1%), La Marca, specializzata nella produzione di spumanti, con fatturato 2025 pari 234,7 milioni di euro (-6,5%), la cooperativa Terre Cevico (213,2 milioni, +3,4%), la trentina Mezzacorona (213 milioni, +0,3%), Mack & Schühle (205,7 milioni, +0,1%) e il Gruppo Collis (202,7 milioni di euro, -7,6%). Alcune aziende, rileva ancora Mediobanca, hanno una quota di export molto elevata, in alcuni casi quasi totalitaria: Fantini Group tocca il 95,7%, Argea il 93,8%, Ruffino e Fratelli Castellani superano il 90%.
Numeri che nascono da un settore vinicolo italiano che resta ancora fortemente ancorato alla dimensione familiare: il 66% del patrimonio netto è detenuto da famiglie, quota che sale all’82% se si considerano anche le cooperative. Gli investitori finanziari partecipano al 10,2% dei mezzi propri: banche e assicurazioni per il 4,8% e fondi di private equity per il 3,6% del patrimonio netto. Trascurabile il rapporto con i mercati finanziari: solo due società sono quotate in borsa, all’Aim, dal 2015 (Masi Agricola e Iwb). E nei board: prevalgono compagini asciutte (l’87,4% dei CdA non supera i 5 componenti) e verticistiche (52% i casi in cui le deleghe operative sono concentrate nelle mani di un solo soggetto). La carica di Amministratore Unico (età media 65 anni) e quella di Presidente (64 anni), anche associata a deleghe operative (62 anni), sono ricoperte da soggetti relativamente più anziani. L’età media del Consigliere è di 55 anni. Poche le donne ai vertici: sono il 13,6% dei board (25,2% nelle società non cooperative) e il 9,4% dei presidenti (15,3% tra le non cooperative).
Tutto questo in uno scenario mondiale in cui, nel 2025, ricorda ancora Mediobanca, è stimata in 227 milioni di ettolitri (+0,6% sul 2024) mentre i consumi si attestano a 208 milioni di ettolitri, in diminuzione del 2,7%. Con l’Italia che si conferma il principale produttore mondiale di vino con 44,4 milioni di ettolitri (19,7% del totale), non distante dal livello del 2024 (+0,7%). In attivo, invece, il saldo commerciale italiano: in 20 anni è cresciuto a un tasso medio annuo del 5%, passando da 2,7 miliardi di euro del 2005 ai 7,2 nel 2025. L’Italia, ricorda ancora Mediobanca, è il primo esportatore di vino per quantità (21 milioni di ettolitri nel 2025) e il secondo per valore (7,8 miliardi di euro, dietro solo agli 11,2 miliardi della Francia).
Per la prima volta, nel Rapporto Mediobanca, anche un focus sulla “Dop Economy” del vino, in collaborazione con la Fondazione Qualivita, che analizza i principali dati economici del comparto, che conta 522 denominazioni Dop e Igp e rappresenta il 79% del valore del vino nazionale, e approfondisce le trasformazioni in corso nel settore e nel mercato attraverso uno studio sulle modifiche ai disciplinari di produzione nel quadriennio 2022-2025. L’analisi, elaborata sui dati ufficiali del Ministero dell’Agricoltura e della Commissione Europea, prende in esame oltre 440 modifiche ai disciplinari relative a più di 160 denominazioni italiane e interpreta le principali tendenze del comparto attraverso quattro ambiti chiave: Produzione, Territorio, Mercato e Consumatori. Per esempio, emerge che, sul fronte della produzione, la maggior parte delle modifiche parte ha riguardato il tema della resa per ettaro, sul fonte del mercato la modifica della base ampelografica, ma ancora molto gettonate sono le modifiche sul titolo alcolometrico, le caratteristiche al consumi, l’allargamento del nome geografico o le modifiche ad Uga ed alle Sottozone, e non solo. Segnali, anche questi, di un settore del vino a denominazione che lavora per tenere il passo di un mondo che cambia veloce.
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