Un viaggio sensoriale unico attraverso i vini più prestigiosi e le annate memorabili di alcune delle aziende vinicole italiane più rinomate, dalla Cantina Terlano in Alto Adige a Bellavista in Franciacorta, da Giuseppe Quintarelli nella Valpolicella dell’Amarone a Vietti nelle Langhe del Barolo, dalla Tenuta San Guido a Bolgheri a Marchesi Antinori in Toscana, dal Castello di Ama nel Chianti Classico a Casanova di Neri nella Montalcino del Brunello, dalla Famiglia Cotarella nel Lazio a Montevetrano in Campania, da Di Meo in Irpinia a San Salvatore 1988 nel Cilento fino a Donnafugata in Sicilia: è quello che hanno fatto nel calice Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, e Luciano Ferraro, vice direttore “Corriere della Sera”, nella “Grand Tasting” dedicato alle “Eccellenze d’Italia: Viaggio nelle Grandi Annate delle Cantine Storiche”, tra le “super degustazioni” firmate Vinitaly, nei giorni scorsi nell’evento di riferimento del vino italiano a Veronafiere, a Verona, per raccontare la storia, la qualità e le sfumature che contraddistinguono i vini-simbolo dell’Italia.
“Non solo una degustazione, ma un racconto, un dialogo tra territori e tradizione, tra il sapere di chi crea e l’emozione di chi assapora. Ogni vino sarà una tappa di un viaggio - ha esordito Riccardo Cotarella - che celebra la bellezza, la cultura e l’anima del nostro Paese. Scopriremo che non ci sarà qui un vino in cui non si riesca a riconoscere il territorio da cui proviene, a dimostrazione di quanta vocazione c’è nel nostro Paese, distribuita lungo tutto lo Stivale. Siamo davvero fortunati di avere questa ricchezza: che non sarà oro, mirra o petrolio, ma decisamente più affascinante. Faremo un viaggio anche attraverso luoghi che hanno superato preconcetti, che si sono rivelati vocati nonostante le perplessità di molti. Insomma, una masterclass in cui assaggeremo diversi vini, diverse uve, diversi territori e storie. Etichette iconiche e innovative, che hanno qualcosa da dire”.
In una masterclass, che non è stata solo un’esperienza di gusto come raccontano gli assaggi WineNews, ma anche un gesto di solidarietà: il ricavato della degustazione sarà interamente devoluto a sostegno della Cantina Cremisan dei Padri Salesiani a Betlemme in Palestina. Un’azienda che rappresenta un ponte tra comunità e religioni, dove lavorano fianco a fianco, musulmani, cristiani ed ebrei, promuovendo il dialogo interreligioso e interculturale attraverso il vino, e diventando così un veicolo di speranza e resistenza (un luogo che è nel cuore di WineNews, come abbiamo raccontato in un video, e di cui abbiamo sentito Fadi Batarseh, enologo e direttore della cantina, nella guerra Israele-Hamas, ndr). Cremisan ha la cantina nella Palestina occupata e le vigne in Israele: “ci si sposta sotto i mitra spianati, attraversando filo spinato e mura altissime. Questa azienda è una realtà che dà un significato particolare al vino - ha raccontato Cotarella - e allo stesso tempo una testimonianza di fratellanza. C’è attualmente un’assenza di turismo religioso e un embargo totale dei prodotti palestinesi da parte di Israele e per questo cerchiamo di aiutarli devolvendo loro il ricavato di questa degustazione. Sono persone incredibilmente generose, nonostante la loro povertà ed è importante sostenerli affinché resti integra la loro dignità”.
Bellavista, Franciacorta Brut Millennium 1995
“Un vino icona, nato da un’annata storica per la Franciacorta perché si verificò un fatto strano e rarissimo per le nostre zone: le piogge di fine estate, infatti, ci impedirono di vendemmiare, agevolando, però, la formazione di muffa nobile sugli acini. Imbottigliammo questo vino nel 1996 con l’idea di venderlo nel 1999 per i festeggiamenti del nuovo Millennio. Producemmo 2000 jeroboam vendute a un milione di euro: decisamente un successo”, sono le parole con cui il Cavaliere del Lavoro Vittorio Moretti, fondatore Bellavista, ha introdotto il suo vino.
Franciacorta con 36 mesi sui lieviti di oltre 20 anni con un colore inscalfito, giallo lucido dal perlage sottile e persistente: al naso tanta complessità, con note di frutta candita, a guscio, erbe officinali, fiori di sambuco ed essiccati. In bocca è cremoso, dalla tessitura elegante e larga sul palato, ancora molto giovane e e molto persistente.
Kellerei Terlan, Alto Adige Pinot Bianco Rarity 2009
“Mi convinsi a lavorare alla Cantina di Terlano quando scoprii quanto i vigneti dell’azienda fossero ricchi di silicio su base vulcanica, capaci di trasmettere al vino un forte carattere minerale. Lo storico cantiniere aziendale Stocker intuì che questa caratteristica poteva aumentare il potenziale di evoluzione sui bianchi e iniziò a nascondere le bottiglie in cantina per non venderle subito, come volevano, invece, i soci. Oggi abbiamo migliaia di Rarity disponibili e la cantina di Terlano è diventata una macchina nel tempo - ha raccontato Klaus Gasser, direttore commerciale Cantina Terlano - dove i vini affinano anche per 30 anni. Di questo Pinot Bianco abbiamo botti che arrivano fino al 1979. I vigneti da cui prendiamo le uve hanno oltre 50 anni, l’impianto è a pergola si trovano a 570 metri di altezza: questo ci permette di ottenere estrema sapidità e longevità, grazie anche ad una lunga permanenza sui lieviti”.
Pinot Bianco dal colore intenso, giallo, ma con riflessi verdi brillanti. Molte note di fiori come camomilla e ginestra, poi cacao, albicocca essiccata, crosta di pane e pietra focaia. Ci sono note speziate di legno grande, molta acidità e note minerali; la trama è morbida ed elegante, dalla persistenza fruttata, agrumata e balsamica infinita.
Di Meo, Fiano di Avellino Alessandra Riserva 2015
Roberto di Meo, proprietario dell’azienda di famiglia con il fratello Generoso, si è specializzato nell’invecchiamento dei vitigni bianchi campani, “e sono ormai 40 anni che lavoro sul Fiano e il Greco, perché i vini campani hanno la capacità di invecchiare all’infinito e io lo posso dimostrare. Il 2015 è una delle Riserve più giovani della mia cantina e questo Fiano proviene dalla vigna che abbiamo dedicato a nostra madre. Vinificato in maniera tradizionale, ha poi passato 8 anni sui lieviti, 15 mesi in bottiglia e ora è finalmente in commercio”.
Dal colore giallo dorato con riflessi verdognoli lucidi, profuma di camomilla, miele di acacia, cera d’api, e mimosa, con un senso appuntito di agrume e il caratteristico cenno fumé. Al sorso è teso e molto salmastro, con elevatissima persistenza. Morbido, ma anche acido, chiude nuovamente su note fumé al palato.
Donnafugata, Sicilia Contessa Entellina Bianco Chiarandà 2006
“L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”: questo è la frase scritta dal poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe, che Giacomo Rallo ha voluto scrivere all’entrata di Donnafugata. Oggi la celebre cantina siciliana è condotta dai fratelli Josè e Antonio Rallo, seguendo le tracce lasciate dai genitori. “Questo è un vino che racconta tante storie - ha raccontato Josè Rallo - storie di famiglia, di natura e di sostenibilità. Mia madre da insegnante si è trasformata in viticoltrice ed è diventata una tra le poche donne al tempo a dare ordine agli operai in vigna. È la storia di mio padre che voleva dimostrare la qualità in Sicilia insieme al grande enologo Giacomo Tachis, con cui produsse questa etichetta. È la storia di noi fratelli che abbiamo cercato di rispettare la costruzione dei genitori, dando comunque un contributo personale come l’impronta sostenibile. Siamo orgogliosi del nostro lavoro per l’isola, ma ogni racconto ha bisogno di un interprete: e a questo serve il vino”.
Il colore parla siciliano, carico e lucido. Il naso è complesso e sa di nocciola tostata, carruba, miele e polline, frutta gialla anche candita, lievi note di foglia di fico. La trama è molto sapida e ampia, morbida, solare, saporita e accogliente. Lunghissimo.
Casanova di Neri, Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2010
Il 2010 è l’annata che ha sbancato negli Stati Uniti e che ha portato nuovamente in auge il Brunello.
“L’idea di questo vino nasce da un vigneto a Sud accerchiato dal bosco di un pastore. Io lo aiutavo a fare il vino nelle sue due botti - ha ricordato Giacomo Neri, proprietario della cantina - e giravamo il vino con lo stesso bastone con cui girava il formaggio. Quando muore mio padre, lui mi propone di comprarla. Io l’accontento ed entusiasta ci porta mia madre con una Panda 4x4, spiegandole che lì nascerà un grande Brunello. Lei però mi insulta: è solo una vigna piena di sassi e sterco di pecora”. Ma Giacomo Neri aveva ragione e fu un grande successo per la cantina e per Montalcino: proprio lì ci sono una luminosità, un profumo e una brezza speciali, che alla fine hanno convinto anche sua madre.
Al naso, opulento e profondo, risale un mix di eleganza a potenza unica: note di frutti rossi maturi, spezie, richiami balsamici di sottobosco, mentre in bocca è compatto e ricco di sapore, dai tannini fitti ma vellutati, e freschi aromi balsamici che tornano anche in bocca.
Castello di Ama, Chianti Classico Gran Selezione San Lorenzo 2011
Castello di Ama è uno scrigno di arte contemporanea sia in cantina che in vigna. Marco Pallanti, proprietario della griffe con Lorenza Sebasti, studiò da enotecnico quando lo chiamò l’azienda: “in toscana si è premiato tanto la 2010, ma sono sempre stato convinto che la 2011 fosse migliore. I vigneti da cui proviene il vino sono alti sul mare e il terreno è sassoso, ricco di galestro e alberese: due cose che danno finezza e che cerco di portare in bottiglia. E poi ho la fortuna di lavorare col Sangiovese che è molto eclettico, riuscendo a diventare unico dovunque si pianti. La parte artistica della cantina è presto spiegata - ha aggiunto l’enologo e direttore della cantina - perché con mia moglie Lorenza Sebasti volevamo capire se il terroir c’era anche nel borgo, se esisteva un genius loci. Per questo abbiamo chiamato diversi artisti ed così abbiamo capito che questo luogo è capace di dare sia vini che opere d’arte unici, pieni di eleganza e armonia”.
Sangiovese con un 20% Merlot, profuma di piccoli frutti rossi, ciliegia e prugne, erbe aromatiche e mirto. Ha la profondità e la calma del Chianti, che non ha mai influenza impattante, ma finezza, persistenza e freschezza. Materico e caldo, resta a lungo impresso in centro palato, lasciandolo floreale.
Marchesi Antinori, Toscana Rosso Tignanello 2016
“Mio padre Piero Antinori portò un’idea moderna e visionaria in Toscana. In un periodo storico molto difficile segnato dalla fine della mezzadria, decise di impiantare vitigni bordolesi negli Anni Settanta: un passo azzardato, fuori dalle regole del Chianti Classico dove non riuscivano a produrre vini di elevata qualità. Introdusse anche la barrique e iniziò così un percorso che ci permise di rivalutare e riscoprire anche il Sangiovese. Ebbe molto coraggio”, ha ricordato Allegra Antinori, che conduce l’azienda di famiglia insieme alle sorelle Albiera ed Alessia ed al padre. Il Tignanello è un vino iconico, conosciuto da tutti e che tutti ambiscono di assaggiare. Vini come questi non portano fortuna solo alle aziende che lo producono, ma a territori e nazioni intere. Creato insieme a Giacomo Tachis, dà una grande soddisfazione materiale e immateriale.
Note di ciliegia, amarene, more e viole, pepe nero e balsami di macchia mediterranea si percepiscono intensamente al naso, mentre al sorso emergono anche note di erbe aromatiche e cioccolato. Sapido e vellutato al palato, aderisce fresco, con persistenza speziata e floreale.
Famiglia Cotarella, Lazio Rosso Montiano 2021
L’azienda nasce come Falesco, fondata da Riccardo e Renzo Cotarella, con l’obiettivo di salvare i vecchi vitigni laziali. Oggi è attiva anche in Umbria ed è passata alla gestione della seconda generazione femminile, rappresentata da Dominga, Enrica e Marta Cotarella, con la terza che fa capolino. Riccardo Cotarella ha 19 anni e porta il nome del nonno (figlio di Dominga Cotarella e Pier Paolo Chiasso). “La mia scelta non era ovvia, ma la famiglia mi ha trasmesso la passione. Montiano l’ha creato il nonno nel 1993 - ha raccontato il giovane Riccardo Cotarella - ed è nato sfidando u’ideologia che sosteneva che qui il vino non poteva venire buono. Nel 1981 fece il suo primo viaggio a Bordeaux e l’ultimo vino che assaggiò fu uno Cheval Blanc che lo fulminò. Si portò le marze di Merlot da innestare in Italia e lo piantò dove non era mai cresciuto. Aveva tutti contro, dalle istituzioni al prete. Ma questa sua esperienza condizionò tutta la sua carriera”.
La varietà più dolce e morbida che esiste, profuma di ciliegie, more e prugne in confettura, agrumi rossi, macchia marina, anice e resina e, infine, fiori appassiti. In bocca i tannini sono morbidi e il sorso ha grande struttura, sapore e lunga persistenza floreale e pepata.
Montevetrano, Colli di Salerno Montevetrano 2018
Le vigne di Montevetrano sono a San Cipriano Piacentino a 100 metri sul livello del mare. Qui Silvia Imparato ha ereditato il lavoro agricolo dei suoi genitori iniziato negli Anni Quaranta (oggi l’azienda è di proprietà di Tenuta Ulisse, ndr), che non comprende solo vino ma anche frutta e olivi. “La mia storia mi ha fatto apprezzare il vino dandomi questa lezione: non c’è nessuna verità e c’è un grande disegno a cui aspirare senza nessuna certezza. Potermi permettere di capire e interpretare mi dà il senso della fortuna di far parte di questo mondo. Montevetrano è stato un mito, e dovevo farlo fuori per crearne un altro: l’incontro con Riccardo (Cotarella, ndr) mi ha permesso questo passo e mi ha rivoluzionato la vita, dandomi conoscenza che non sapevo”, ha raccontato.
Un vino a base di Aglianico, difficile da domare, ma dalla grande personalità, e Cabernet Sauvignon. Si sentono la Campania marina, frutti selvatici, spezie, lavanda, tabacco, ginepro, grafite, e note balsamiche e minerali. C’è l’irruenza gustativa dell’Aglianico, con la sua trama fitta di frutta e fiori rossi e la sapidità salmastra, cui si aggiunge la finezza vegetale del Cabernet Sauvignon.
Tenuta San Guido, Bolgheri Sassicaia 2005
“Il Sassicaia è nato nel 1968, rivoluzionando la storia del vino italiano. Mio nonno Mario era un pioniere piemontese - ha ricordato Priscilla Incisa della Rocchetta, figlia di Nicolò e nipote del fondatore della Tenuta San Guido - arrivato in Toscana grazie alla moglie Clarice. Si trasferisce negli Anni Trenta, sperimentando con vitigni non autoctoni: voleva fare il vino per la famiglia e gli amici e continuò per tre decenni. I parenti Antinori, infine, lo convincono a venderlo, mandandogli Giacomo Tachis per renderlo più adatto al commercio”. Bolgheri ha una storia enologica più breve di altri territori, ma altrettanto affascinante. Mentre per un Chianti, un Brunello e un Tignanello c’è la consapevolezza di una tradizione, qui c’è un’innovazione totale in quanto a territorio e uve. Ma oggi il Sassicaia è una delle bandiere del patrimonio vinicolo italiano: iconico come il Tignanello, è nato dall’intuito di grandi personaggi. E se oggi Bolgheri è acclamato, dobbiamo rivedere il significato di autoctono, cioè non un vitigno locale da sempre, ma un vitigno capace di dare visibilità, sviluppo e importanza al territorio.
Cosa distingue il Sassicaia? La sua particolare sensazione da territorio marino: appetitoso, saporito sostanzioso, ma verticale. La 2005 è un cavallo di razza frutto di un’annata calda: foglia di pomodoro e frutta matura, con spezie dolci e cenni di chinotto, anticipano un sorso fine, ma materico, sapido e saporito, dal finale balsamico e fruttato. Tutto è giusto in questo vino e lo è ogni anno, perché c’è dietro un lavoro accurato che rende innocue le asperità delle annate.
Vietti, Barolo Ravera 2013
Fondata nell’Ottocento da Carlo Vietti, è stata resa celebre da Luca Currado ed Elena Penna, i quali hanno poi venduto al Gruppo Krause, che ha rispettato lo stile originario dell’azienda. Eugenio Palumbo è l’enologo di Vietti dall’agosto 2002 e ha raccontato come l’azienda abbia sempre avuto visione. “Ravera si trova a Novello, una delle zone da sempre considerata più ai margini della denominazione. Nel 1996 Vietti vi acquista vigna. Ci abbiamo lavorato tanto e questa annata rappresenta la perfezione. Il Nebbiolo ha bisogno di condizioni stabili e regolari che in questo caso ha ricevuto. Qui oggi esprime appieno l’eleganza e la potenza del territorio, insieme alla particolare sofficità dei tannini che caratterizzano i Barolo aziendali”.
Il vino è gradevole e scorrevole al sorso. Il naso pulito e ordinato, con note di spezia e menta, cuoio e sottobosco, frutti rossi, felci e chinotto. Gentile ed equilibrato al sorso, ha stoffa nobile: ancora molto aderente, ma anche dolce e sapido, dalle sensazioni plurime e dallo sviluppo di estrema piacevolezza.
San Salvatore, Paestum Aglianico Gillo Dorfles 2020
Bottiglia dedicata a Gillo Dorfles, artista e tra i più grandi critici d’arte di tutti i tempi, amante di vini rossi: il suo elisir era un bicchiere di Cannonau. Giuseppe - Peppino - Pagano, proprietario dell’azienda, gli chiese i disegni per le sue etichette, oggi esposte nel suo Relais. Riconosce che: “Gillo ci ha traghettato verso il bello e il buono, concetto che ho trovato in una frase greca: “kalòs kai agathòs”. Nella mia famiglia si vinificava finché avevo 16 anni, ma trasferiti a Paestum sono diventato albergatore. Nel 2004 mi è tornata la voglia di fare vino e ho cercato dove farlo. Oggi abbiamo 168 ettari di cui 42 vigna, 15 oliveti, 4 frutteti, e il resto sono campi per le bufale con cui facciamo formaggi. Gillo è stato nostro ospite a Paestum per tanti anni. Dovette scappare a Trieste dall’Istria per non diventare slavo e si commosse quando vide i nostri vigneti, perché gli ricordarono casa. Quando gli chiesi di disegnare le etichette non poté dirmi di no, anche perché l’avevo sempre ospitato gratuitamente. Aveva 100 anni e i disegni li fece velocemente, perché alla sua età non aveva tempo da perdere”. Peppino è un vulcano in eruzione continua, mai fermo, mai domo. Ne dice una e ne fa due.
Questo vitigno è irruento come lui: un Aglianico pieno di sé stesso, necessita di tempo per evolvere, che non conosce ossidazione. Ottenuto da una scelta precisa di cloni e di vigne per domarlo. Dolce, intenso, scuro e fitto di colore, profuma di piccola frutta rossa, tanto vento marino salato, noce moscata, garofano, vaniglia, ginepro, cioccolato e cuoio. Al sorso è abbastanza calmo, con tannini meno irruenti, ma sempre grasso e fitto e intenso; chiude su note vegetali, speziate e ammandorlate.
Giuseppe Quintarelli, Amarone della Valpolicella Classico 2018
Scomparso, nel 2012 Giuseppe “Bepi” Quintarelli è stato un faro dell’Amarone. Viene spontaneo “davanti al suo Amarone inginocchiarsi e memorare i poeti” diceva il maestro del giornalismo enogastronomico italiano Luigi Veronelli. Francesco Quintarelli, che oggi conduce l’azienda con il fratello Lorenzo e la madre Fiorenza, condivide un ricordo del nonno: “che non ci ha mai parlato di vendite e fatturato: ci diceva solo di fare poco e fare bene, dando valore al vino e al territorio. Dal 2010 uniamo la sua proiezione di eleganza e freschezza, al frutto più croccante e definito della nostra visione”.
Prima di dire Amarone bisogna dire Quintarelli. Ricco ma misurato, ha equilibrio e piacevolezza totale: un vino grande che non deborda mai. Fruttato e balsamico, speziato e floreale, caldo e fresco, sa di sottobosco, liquirizia, frutta secca ... difficile coglierne tutte le sue sfumature, tanto sono ben intrecciate fra loro. In bocca è vellutato e fresco, aderente e caldo, largo e lungo, dolce nel finale, ma anche balsamico.
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