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A Roma arriva “Pub&Shop”, e la birra “Vale la pena” scappa dal carcere di Rebibbia

Il progetto firmato dalla Onlus “Semi di Libertà” fa dei prodotti nati dietro le sbarre l’occasione di riscatto e reinserimento sociale

Al “Pub&Shop” di via Eurialo 22 a Roma la birra si serve dietro le sbarre. Già, perché dietro al bancone munito di sbarre, con tanto di “varco” aperto per evadere, ci lavorano detenuti che stanno scontando la pena, e la birra servita è quella da loro prodotta. Si chiama “Vale la pena”, nasce all’Istituto Agrario Emilio Sereni e fa parte delle iniziative messe in atto dalla Onlus “Semi di Libertà”, nata con la mission di contrastare le recidive dei detenuti. Il primo “Pub&Shop” di economia carceraria fa già scorrere litri di birra, insieme a varie specialità gastronomiche, sempre prodotte dai carcerati. “Qui la gente entra per bere un bicchiere di birra e scopre cos’è il carcere - racconta a WineNews Paolo Strano, presidente della Onlus “Semi di libertà” - abbiamo voluto lanciare questo nuovo format di economia carceraria con la speranza che abbia successo e venga replicato in altre parti, attirando anche l’interesse di investitori privati. Per ora è tutto autofinanziato, ma le istituzioni stanno cominciando a manifestare l’intenzione di appoggiarci”.

L’avventura birraria di “Semi di Libertà” e dei detenuti coinvolti nel progetto è iniziata circa cinque anni fa. “Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca aveva donato un micro birrificio all’Istituto Sereni che ce l’ha dato in comodato d’uso - racconta Paolo Strano - e i più grandi maestri birrai ci hanno aiutato, insegnandoci il mestiere e donandoci le loro ricette. Rapidamente siamo riusciti a produrre birra di qualità. A settembre del 2014 le prime bottiglie messe in vendita. Ora con questo “Pub&Shop” allarghiamo la mira: vendiamo la nostra birra, assumiamo le persone che abbiamo formato, dando una reale possibilità lavorativa e promuoviamo, con la vendita della gastronomia e altri oggetti, iniziative di economia carceraria simili alla nostra”.

“Nel birrificio, ed è il nostro grande cruccio - aggiunge il presidente di “Semi di Libertà” - al massimo possono lavorare due detenuti. In cinque anni da noi sono passati tredici detenuti, il nostro problema è quello dei numeri piccoli, eppure facciamo una cosa bella che serve a tutta la società. Vogliamo far capire a tutti che, per ogni euro che viene investito nel nostro progetto, il beneficio reso alla società è veramente enorme, non solo in termini di sicurezza sociale ma anche di risparmio. In Italia al momento un detenuto costa 3.700 euro al mese. Sono oltre 59.000 i detenuti, ci sono i tre gradi di giudizio per chi compie un nuovo reato, quindi è un costo sociale enorme. Vogliamo far partire un percorso che misuri finanziariamente l’impatto sociale dell’attività che facciamo, con la finalità di dimostrare che è utile investire e appoggiare i nostri progetti. Cominciamo ad avere l’interesse delle istituzioni locali, quindi speriamo di riuscire ad allargarci. Il nostro obiettivo è dimostrare che si può fare impresa sana e conveniente dal punto di vista economico ma sana anche dal punto di vista etico e convincere gli imprenditori ad investire nell’economia carceraria”.

Il design evoca, negli allestimenti, il carcere e la filosofia di vita dei carcerati (trasmessa dai pensieri appuntati sui muri a lavagna), la birra è ovviamente la “Vale la pena”, nelle sue quindici differenti tipologie, accompagnata da gastronomia varia prodotta dai detenuti di Rebibbia e di altre carceri italiane. In vendita anche le borse artigianali realizzate dalle carcerate di Venezia e le borse e i gioielli realizzati con materiale di recupero dalle detenute di Lecce. E, per finire, il “caffè Galeotto”, prodotto dai detenuti di Rebibbia su iniziativa della cooperativa sociale onlus Pantacoop, che nel 2012 impiantò nel carcere romano una mini-torrefazione nell’ambito dei suoi vari progetti dedicati a formare professionalmente e costruire opportunità di occupazione per i detenuti.

“Dal 2014 al 2018 siamo riusciti ad inserire sul mercato del lavoro esterno quattro detenuti - racconta a WineNews Mauro Pellegrini, amministratore unico di Pantacoop. Un detenuto all’anno, può sembrare poco ma in effetti è molto perché quella del torrefattore è un mestiere che richiede tempo per essere veri professionisti. Questa è la nostra mission, formare e occupare i detenuti in esecuzione dando loro una professione da spendere sul mercato esterno del lavoro una volta usciti”.

Cristina Latessa

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