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TREND E SCENARI

Acqua confezionata, l’Italia è il terzo esportatore al mondo e il secondo per consumo pro-capite

Report Mediobanca: il Belpaese è un mercato ampio ma maturo (+2,4% dal 2012). Differenziazione e sostenibilità le chiavi per vivacizzare i consumi
ACQUA, DIFFERENZIATA, MEDIO BANCA, SOSTENIBILITA, Non Solo Vino
I numeri dell’acqua confezionata

L’aumento del reddito, il declino dei soft drink e l’acqua pubblica ritenuta non affidabile in diversi Paesi sono i tre motivi principali alla base della crescita costante del consumo mondiale di acqua confezionata, aumentato nell’ultimo ventennio del 7,4% (ad oggi il mercato mondiale è stimato in oltre 387 miliardi di litri, per un valore al dettaglio pari a 155 miliardi di euro, un trend che secondo le previsioni continuerà anche per il prossimo quinquennio. I numeri arrivano dal report dell’Area Studi Mediobanca, che aggrega i dati economico-finanziari, per il triennio 2017-2019, di 82 aziende nazionali con fatturato 2019 superiore al milione di euro.
A dominare la scena è la Cina, il maggiore mercato con 103,1 miliardi di litri per 26,1 miliardi di euro al dettaglio, un primato incontrastato dal 2009 quando ha superato e poi doppiato gli Usa (che valgono 50 miliardi di litri e 34,6 miliardi di dollari). Dal 2000, il mercato cinese è cresciuto del 13,7% all’anno, quello statunitense del 5,8%. Altri Paesi importanti e dinamici sono il Messico (+5,9%), l’Indonesia (+11,4%), l’India (+13,7%), il Brasile (+6,9%) e la Thailandia (+6,8%).
L’Italia, dove il comparto dovrebbe avere chiuso il 2020 in stabilità, con i suoi 13,5 miliardi di litri è il nono mercato mondiale, sostenuto dalla ricchezza delle fonti (oltre 300) e da elevati consumi per abitante: 222 litri (la media è 50,4 litri), secondi al mondo dietro al Messico. Il Belpaese vanta altri primati: è il terzo esportatore di acqua confezionata minerale con 605 milioni di euro, alle spalle di Cina e Francia, e il primo esportatore di acqua gassata dell’Ue (440 milioni di euro, quasi il 50% del totale dell’Unione). Il prezzo medio al litro è di 20 centesimi, la metà della media totale (40 centesimi, che scende a 30 centesimi nella Ue). Da ultimo, in Italia l’acqua minerale rappresenta il 76,2% del consumo di tutte le bevande analcoliche, la percentuale più alta dell’Unione che riporta un valore medio pari al 45,8%. Il budget familiare (3 persone) annuo è attorno ai 130 euro. Nello Stivale, rispetto a un ipotetico prezzo di 30 centesimi allo scaffale per una bottiglia da 1,5 litri, il 45% è rappresentato dalla bottiglia finita e piena, il 37% da altri oneri, tra cui il trasporto e il margine del retailer, e dall’Iva per la quota residua.
Il mercato dell’Ue vale 63,7 miliardi di litri pari al 16,5% del totale mondiale, per un valore al dettaglio stimato in 19,1 miliardi di euro. Il consumo complessivo dal 2012 è cresciuto del 2,3% all’anno (quello mondiale del 7,8%) e risulta composto per il 63% da acqua liscia e per il resto da acqua gassata. I consumi sono pari a 142 litri per abitante, ma sono molto bassi nei Paesi del Nord (Regno Unito: 37,4 litri, Paesi Bassi: 27,9 litri, Svezia: 10 litri, Finlandia: 17 litri, Norvegia: 9,3 litri), sia per fattori climatici che per il maggiore ricorso all’acqua del rubinetto. Parte della crescita dei consumi di acqua confezionata è dipesa anche dalla stagnazione dei soft drink, sovente associati a stili alimentari non salutari, tanto che la loro componente a basso o nullo contenuto calorico è aumentata dal 21% al 27% del totale. Negli Stati Uniti il consumo di acqua ha superato quello di soft drink nel 2017, in Italia il rapporto tra le due grandezze è di 3,2 a 1.
Il mercato dell’acqua confezionata è tuttavia maturo in molti Paesi, specialmente in Italia dove i consumi individuali sono molto alti. Dal 2012 il mercato italiano è cresciuto del 2,4% all’anno, quello tedesco ha ristagnato, quello francese del 2,5%, lo spagnolo del 2,9%. Più dinamici i mercati del Nord e dell’Est Europa: Polonia (+4,9%), Uk (+5,7%), Romania (+4,4%), Bulgaria (+5,9%), Paesi Bassi (+4%), Irlanda (+9,9%), Lituania (+4,6%), Lettonia (+4,5%), Finlandia (+5,1%) ed Estonia (+5,6%). In Germania domina l’acqua frizzante (74,4% del totale), in Italia la liscia (69%).
I produttori cercano di agire sull’innovazione attraverso acque aromatizzate, arricchite o funzionali (per lo sport, per lo studio, per l’estetica), prodotti per l’infanzia (kid-friendly), packaging accattivante e naturalmente ecologico, differenziazione nella fascia premium con acque di provenienza o composizione minerale esclusiva. Con riferimento al mercato statunitense, si tratta di segmenti previsti crescere tra il 6% e il 9%. Le bottiglie in Pet, che in Italia rappresentano l’82% del mercato, possono rappresentare un’importante componente del costo finale dell’acqua, anche in relazione alle oscillazioni di prezzo della materia prima che attualmente quota oltre 1.150 euro a tonnellata (770 euro nel 2020). La riduzione del peso della bottiglia è quindi un primario obiettivo dell’industria, anche per ridurre l’impatto ambientale, considerando che in Italia il 46% delle bottiglie è avviato a riciclo, lontano dai livelli dei Paesi più virtuosi come la Germania (95%) ove vige un sistema di vuoto a rendere ancora assente nel nostro Paese. L’uso del Pet riciclato (R-Pet) è comunque atteso in aumento in Italia, dopo che un recente cambio normativo ha rimosso il limite del 50% di sua presenza nelle bottiglie in commercio. L’alternativa è rappresentata dalle bottiglie biodegradabili in Bio-Pet di origine vegetale, purchè non origini sottrazione di materie prime all’uso alimentare.

Focus: andamento e margini dell’industria italiana
In Italia operano 82 aziende per un fatturato aggregato nel 2019 pari a 3,8 miliardi di euro. I maggiori operatori vendono anche soft drink (bibite gassate, succhi, the freddo, aperitivi analcolici). I cinque maggiori operatori rappresentano il 65,8% del totale. Le imprese a controllo straniero sono sei, per un fatturato di 1,5 miliardi di euro. L’area del Centro, Sud e Isole accoglie il maggiore numero di imprese (32), ma il maggiore fatturato fa capo alle 23 imprese del Nord Ovest (circa 2 miliardi di euro). Nel triennio 2017-2019 le vendite aggregate sono cresciute del 3,9% medio annuo, quelle domestiche del 2,9%, quelle all’estero del 6%.
Complessivamente la quota di export vale il 32,7% del fatturato, per un valore di 1,3 miliardi di euro, lasciando al fatturato domestico i rimanenti 2,5 miliardi. Le imprese di maggiori dimensioni (48%) e quelle a controllo straniero (55,5%) hanno quote di vendite all’estero rilevanti, mentre per quelle italiane di medie o piccole dimensioni il mercato straniero appare poco rilevante (tra il 2% e il 6% delle vendite). L’Ebit margin del comparto è pari nel 2019 al 9,6%, in evidente riduzione dal 13% del 2017. Il Roi appare consistente nel 2019: 14,9%, ma anche in questo caso in contrazione sul 2017 (20,9%), così accade per il Roe che si attesta nel 2019 al 20,3% dal 26,9% del 2017.
La redditività appare superiore per i gruppi maggiori (Ebit margin all’11,4% nel 2019) e per quelli a casa madre estera (10,7%). Risultano attardate le piccole (6,6%) e le medie imprese (8,2%). Anche la produttività è in riduzione: dai 117,7 mila euro del 2017 ai 103,2 mila euro del 2019, con crescente incidenza del costo del lavoro sulla produttività passata dal 44,3% al 51,2%. Il comparto segna tassi d’investimento rilevanti: si tratta di consistenze che oscillano nel triennio tra il 6,5% e il 7% del fatturato, tanto che l’età media contabile dei cespiti è calata dai 17,2 anni del 2017 ai 15,8 del 2019. La struttura finanziaria è solida: il rapporto tra patrimonio netto e debiti finanziari si colloca al 63,2% nel 2019, con disponibilità liquide che a loro volta rappresentano il 54% dei debiti finanziari, per una consistenza pari a 528 milioni di euro a fine periodo. Tra il 2017 e il 2019 il settore ha cumulato utili per 806 milioni di euro, pari in media al 7,3% del fatturato.

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