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Affari & Finanza / La Repubblica

Le grandi etichette verso la finanza tra timidi approcci e lo scatto di Iwb ... La quotazione è avvenuta a metà gennaio, l’unico gruppo vitivinicolo del nostro paese finora approdato in Borsa: Iwb, Italian Wine Brands, che ha messo assieme Giordano Vini, piemontese, e Provinco Italia, trentina. A un mese dall’avvio delle contrattazioni sul mercato Aim di Borsa Italiana, la piattaforma dedicata alle piccole e medie imprese, per Iwb già il 10% delle azioni che costituiscono il capitale flottante risulta scambiato, sia per la parte azionaria, sia per i warrant, con un valore superiore di circa 18-20% rispetto alla sottoscrizione avvenuta attraverso un veicolo di pre booldng:
IpoChallenger. “Quello che ha convinto i sottoscrittori e il mercato è il fatto che Iwb aggrega già da subito non vigne, ma winery con capacità produttiva importante e quote di mercato significative in Italia e in Europa”, spiega Simone Strocchi, vicepresidente di Iwb, co-fondatore di Electa, merchant firm indipendente che ha portato in Borsa Iwb attraverso ipo Challenger, evoluzione della Spac, special purpose acquisition company:
la Spac è un veicolo di investimento che contiene cassa, costituita proprio per raccogliere capitali finalizzati a operazioni di fusione e acquisizione. Veicoli a limitato profilo di rischio, con un vincolo temporale ben definito, le Spac hanno potenzialità di guadagno anche molto rilevanti, spiegano gli esperti cli Borsa Italiana.
Il matrimonio vino-finanza nel nostro paese è difficile da realizzare. E quando avviene, segue strade tutte sue. Dipende dalla fisionomia stessa del nostro mercato. I principali gruppi per dimensioni di fatturato sono cooperative.
Mentre i privati più grandi preferiscono più consone al concetto di business di famiglia. I Marchesi Antinori, per esempio, hanno creato un Trust. Quarto gruppo dopo i colossi della cooperazione come Cantine Riunite& Civ e Caviro, e subito dopo la divisione vini della Campari, è tra quelli con il miglior profilo in termini di redditività, solidità patrimoniale ed efficienza produttiva. 11 gruppo ha saputo mettere insieme un portafoglio di cantine che spaziano dalla Toscana all’Umbria, dal Piemonte alla Puglia, per 1.800 ettari totali, più i 540 sparsi nei mondo tra Usa, Ungheria, e una serie di joint-venture che l’hanno portata fino a Malta e in Cile, e persino inRomania.Arrivataalla26esimagene- razione, la dinastia fiorentina ha varato una riorganizzazione del controllo del gruppo capace di assicurare stabilità azionaria e gestionale, oltre che certezza nelle successioni: un trust che dura 90 anni.
Un altro nome di spicco della viticoltura italiana, la famiglia dei Marchesi de’ Frescobaldi, è presente nella piattaforma Elite di Borsa, vuoi dire che ha tutti i fondamentali a posto, ma non vuole quotarsi in senso classico. Ha fatto il suo ingresso in Elite anche Masi Agricola di Sandro Boscaini, l’attuale presidente di Federvini. lire dell’Amarone, come tutti lo chiamano, non è solo un viticoltore d’eccellenza, ma è stato anche un pioniere nell’individuare strumenti finanziari e manageriali che gli consentissero di far crescere l’azienda senza venire meno all’impronta “artigianale” e territoriale che il vino di qualità richiede. Primo a utilizzare la leva del private equity per risolvere anche problemi legati alla ripartizione delle quote di famiglia tra gli eredi.
Casi d’eccellenza che confermano come l’investimento in vigna non sia facile. C’è tutta la problematica della terra e degli immobili, difficili da valutare, legati a forme di rendita che difficilmente si conciliano con quelle della finanza pura. Nella lista delle società quotate dell’ultimo Rapporto sul settore vinicolo che ogni anno Mediobanca presenta al Vinitaly, troviamo l’americana Constellation Brand, la sudafricana Disteil, l’australiana Treasury Wine e la cinese Yantai: colossi con mega impianti produttivi, network distributivi giganteschi. Realtà agli antipodi rispetto alle nostre, che anche quando crescono per fusioni e acquisizioni restano patchwork, aggregati di piccoli gioielli incastonati nei territori, ciascuno con la propria identità e i propri cru. come insegnano i francesi, fazzoletti di terra preziosi e irripetibili. E’ in corso un acceso dibattito su questo fronte. Anche gli esperti cli finanza riconoscono la specificità italiana nel vino, come in tutto il settore alimentare. “Non serve puntare tanto sulla crescita delle piccole aziende che hanno proprio nelle piccole dimensioni il loro valore aggiunto, quanto sulla creazione di nuovi modelli distributivi, in grado di produrre società più facilmente quotabili”, sostiene Armando Carcaterra, responsabile della divisione Investimenti di Anima Sgr. Un discorso che vale sia per il vino che per l’industria alimentare. “Si può quotare un brand come Eataly, si può quotare un grande pastificio, visto la pasta è ormai una commodity, come le conserve”, incalza Pierfrancesco Giustiniani, socio fondatore dello studio legale d’affari Hi.Lex, specializzato in questo settore.
Iwb, quest’anno prima italiana nell’indice di Mediobanca, ha dimensioni indubbiamente minori rispetto ai big stranieri. Ma ha le stesse caratteristiche. “Ha impianti di vinificazione, stoccaggio e imbottigliamento d’avanguardia ad Alba, Cuneo, e in Puglia, con questi presidia la parte a maggiore valore aggiunto dell’industria del vino insieme alla distribuzione”, racconta Strocchi, con 44 milioni di bottiglie,circa 160 etichette, un centinaio Dop e Igp, a fine settimana Iwb ha diffuso gli ultimi dati di bilancio: ricavi netti a 140,3 milioni di euro, Ebitda a 13,3, utile netto a 5,1. Cin cin alla Borsa.

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