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Affari & Finanza / La Repubblica

Metà delle vendite è all’estero e l’export spinge in alto gli utili ... L’export fa bene alla redditività. E’ quanto
emerge dallo studio Wine Monitor, curato da Nomisma, su un campione di 46 imprese vitivinicole (cooperative escluse). Nel corso dell’ultimo de Cennio si è assistito a una progressiva riduzione dei consumi interni. Di pari passo, però,
sono cresciute le esportazioni
di vino italiano: nel 2014 il progresso è stato nell’ordine dell’1%, per un valore complessivo di 5, miliardi di euro. Ma su un decennio, il balzo è stato dell’88%, grazie soprattutto agli spumanti. In sostanza, le quantità di vino commercializzate oltreconfine hanno raggiunto quelle consumate sul mercato domestico. Non tutti i produttori hanno beneficiato in egual misura di questo trend: lo studio di Nomisma rileva che le aziende con oltre 50 milioni di fatturato (che in Italia non raggiungono il numero di trenta) ormai esportano più del 60%, mentre le realtà più piccole faticano a valicare le Alpi.
Quanto alla redditività, il Roe (rapporto tra il risultato netto rettificato e il capitale netto) si attesta in media al 4,4 % tra le imprese che esportano fino al 50% del valore, ma raggiunge il 10,9% nel caso delle aziende che generano all’estero almeno tre-quarti delle vendite. Lo studio di Nomisma si sofferma anche sugli aspetti che accomunano le aziende più orientate all’export: la tendenza di queste realtà è a focalizzarsi su segmenti precisi del mercato, in particolare nella parte più a valle della filiera: trasformazione (a partire dai semilavorati), imbottigliamento, distribuzione e commercializzazione. Le attività inerenti a queste fasi sono caratterizzate da una marginalità inferiore e da una redditività del capitale più elevata rispetto a chi copre l’intera filiera della produzione. Quindi, a parità di prodotti offerti, diminuiscono i margini unitari di prodotto, ma aumentano più che proporzionalmente i volumi e i valori di vendita conio stesso capitale investito. Restando in tema di internazionalizzazione, uno studio realizzato da Sace, stima in ben 1,6 miliardi di euro il valore delle nuove esportazioni che il comparto potrebbe mettere a segno nei prossimi tre anni se riuscisse a cogliere a pieno il potenziale che arriva dall’estero. Anche l’Area Studi di Mediobanca si è occupata del tema, con un report pubblicato nei giorni scorsi. Oltre a ribadire la scelta vincente dell’internazionalizzazione, gli analisti di Piazzetta Cuccia hanno anche stilato una graduatoria dei top seller italiani. La prima piazza per fatturato, come già nel 2013 è andata al gruppo Cantine Riunite Giv con 536 milioni di euro. Parecchio staccata (314 milioni) la seconda, vale a dire Caviro, seguita da Campari che, con la divisione vino chiude il podio avendo generato un giro d’affari di 209 milioni. La quarta piazza va al gruppo Antinori con 180 milioni, davanti alla cooperativa Mezzacorona, a quota 171 milioni (+5%). La classifica dei produttori in base alla forza dei loro bilanci vede in testa la veneta Botter. Seguono l’emiliano-romagnola Cantine Turrini, Masi Agricola, anch’essa veneta, e la toscana Ruffino.
Quanto all’anno in corso, 1’82% dei produttori intervistati da Mediobanca non prevede un calo delle vendite, ma sono il 9% stima un progresso. Insomma, il 2015 dovrebbe passare alla storia come un anno di transizione nel settore, pur con le grandi differenze tra aree geografiche di cui si è detto.

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