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ECONOMIA

Aumento Iva: come impatterà sul settore vino, chi pagherà il conto e perché c’è da preoccuparsi

A WineNews le parole di Ottavio Cagiano (dg Federvini) e Paolo Castelletti (segretario generale Uiv): un peso da dividere tra aziende e consumatori
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Scaffale con i vini

La crisi di Governo avvicina l’aumento Iva, che dal 2020, nella fascia più alta, rischia di passare dal 22 al 25%. Nulla cambierà per i beni di primi necessità, compresi gli alimentari, ma il vino, come tutti gli alcolici, potrebbe trovarsi di fronte un problema non di poco conto, che “impatterà energicamente per diversi ordini di ragioni”, come spiega a WineNews Ottavio Cagiano de Azevedo, direttore generale Federvini. “Il primo punto è che l’aumento dell’Iva il consumatore lo percepisce immediatamente, lo vede e lo sente, 3 punti al consumatore finale possono scatenare decisioni di acquisto o non acquisto. Il secondo fattore è che le bevande alcoliche devono stare sempre nella categoria più alta, come deciso a livello Comunitario nel 1992, quindi si allarga la forchetta rispetto ad altre bevande o altri prodotti che le persone possono considerare sostitutivi, o comunque, rispetto al fatto che alcuni prodotti si muovano meno, o per nulla, può determinare un’ulteriore elemento di stortura. Il terzo problema è la stortura interna alla filiera: i produttori agricoli hanno un’altra Iva, le cooperative un’altra ancora, per cui il produttore imprenditoriale si trova ad avere un’ulteriore forchetta rispetto al suo concorrente. Tutto ciò - continua Cagiano - ha diverse implicazioni. La prima è che il consumatore la sente subito, la seconda è che le aziende l’Iva la devono versare subito e recuperarla a 60 giorni, mentre sul costo per il settore è difficile fare calcoli al momento, ma ci sono elementi concreti realmente impattanti, con le imprese che realisticamente pagheranno il conto più alto”.
Come prodotto della terra, e quindi dell’agricoltura, ricorda Paolo Castelleltti, segretario generale Uiv - Unione Italiana Vini, “il vino è già penalizzato, con l’Iva al 22% invece che al 10%, come molti prodotti trasformati dell’agroalimentare. La preoccupazione è reale, anche rispetto ad un quadro politico davvero molto incerto, anche perché siamo in una fase in cui il consumo domestico, legato alla grande distribuzione, ha segnato un leggero aumento ma un decremento in volume, e quindi l’Iva al 25% sarebbe penalizzante. Immagino che difficilmente la grande distribuzione andrebbe a ritoccare i prezzi, ma farebbe ricadere l’aumento dell’Iva sulla filiera produttiva più che sul consumatore.. Filiera che, va ricordato, ha già margini ridottissimi, i prezzi sono stagnanti, ed il quadro nel complesso non è poi così felice. Probabilmente - continua Castelletti - si sentirebbe meno nel canale Ho.Re.Ca. dove la marginalità è già molto alta, ed il commerciante potrebbe essere disposto ad assorbire, in toto o in parte, l’aumento. Considerato che il 70% dei consumi è legato alla Gdo, è del tutto evidente che il quadro con un aumento del genere sarebbe assolutamente fosco. In generale, un aumento dell’Iva in un Paese che arranca andrebbe ad abbattersi su una filiera che, per quanto sia la più in salute del mondo agricolo, in realtà in molti ambiti è già in sofferenza: il vino - conclude il segretario generale Uiv - non è tutto Barolo e Brunello, e spesso non si capisce come il viticoltore riesca a coprire i costi di produzione. Speriamo che la politica riesca a scongiurarlo, ma la situazione ci preoccupa molto”.

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