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TERRA MADRE SALONE DEL GUSTO

Brasile, una tragedia ambientale ed umana tra pesticidi e deforestazione

Nel talk “Soia e veleni, dai campi alla tavola”, Mies Bombardi, docente all’Università di San Paolo: “gli effetti di un modello produttivo sbagliato”
Gli effetti dei modelli produttivi sbagliati

Con la globalizzazione dell’economia, il cibo ha perso il proprio valore legato alle proprietà intrinseche che riguardano la nutrizione umana e si è trasformato in agroenergia e commodity, cioè moneta di scambio nell’economia internazionale. È successo in Paesi come il Brasile, Argentina, Messico, Paraguay, Uruguay, che sono diventati terre destinate alla produzione di alimenti che si trasformeranno in commodities. Un esempio? Oggi in Brasile una superficie superiore a quella dell’intera Germania è piantata esclusivamente a soia. L’impatto è enorme, perché queste monocolture richiedono grandi quantità di pesticidi, e non è un caso che il Brasile sia il primo consumatore di pesticidi al mondo: i 20% di quelli commercializzati in tutto il mondo è venduto in Brasile. La coltivazione della soia in Brasile è conseguenza dell’aumento del consumo di carne a livello mondiale e ha un grande impatto sul cosiddetto Arco della deforestazione dell’Amazzonia. Più del 90% di questa soia è transgenica e viene per la maggior parte esportata verso l’Unione europea e la Cina: è una tragedia ambientale ed è anche una tragedia umana, se pensiamo che in Brasile ci sono state, tra il 2007 e il 2014, più di 40 mila persone intossicate da pesticidi per uso agricolo. Ne ha parlato, dal talk di Terra Madre Salone del Gusto “Soia e veleni, dai campi alla tavola”, Larissa Mies Bombardi, docente alla Facoltà di Filosofia, Letteratura e Scienze Umane dell’Università di San Paolo in Brasile.
“Pensare al cibo oggi è pensare soprattutto alla società civile nel suo insieme. Con la globalizzazione dell’economia - spiega la professoressa Bombardi - il cibo ha smesso di essere ciò che è sempre stato nel corso della storia dell’umanità, ossia essenzialmente alimento. Oggi ha un valore diverso in termini di proprietà intrinseche, diventate estranee all’alimentazione. Sotto due diversi punti di vista: il cibo oggi si è trasformato in commodity ed agroenergia. Ed in quanto agroenergia cambia il valore stesso che diamo al cibo, i suo patrimonio valoriale, che non è solo alimento per l’uomo, ma assume tutta una serie di significati storici, sociali, geografici, biologici, culturali che porta con sé. Tutto ciò, è strappato via dal piano del significato del cibo e trasformato in energia, fonte di energia. Così, l’umanità, nel tentativo di rimpiazzare l’energia fossile non ha minimamente messo in discussione il proprio modello di consumo, trasformando il cibo in energia. Dall’altro lato, il cibo è diventato anche una commodity. E cosa sono le commodities? Sono beni, standardizzati a livello internazionale, che possono essere stoccate senza che perdano le proprie qualità principali e che possono essere vendute sul mercato come futures. Così oggi, ad esempio, è possibile comprare un raccolto di soia o mais anche prima che la piantagione sia effettivamente nata. E allora, trasformato in commodity, il cibo diventa un bene come un altro nell’economia e nella finanza internazionale. Alla stregua del petrolio, del ferro. Nell’economia globalizzata - spiega la docente dell’Università di San Paolo - il valore d’uso del cibo ha scarsa rilevanza, e ciò che è successo è che una grande quantità di terre, per non dire di interi Paesi, come il Brasile, ma anche altri Paesi dell’America Latina, come Argentina, Messico, Paraguay, sono diventati territori adibiti alla produzione intensiva di cibo che diventeranno commodities”.
Per rendere l’idea di quanto le colture intensive impattino su un Paese come il Brasile, “oggi c’è un’area, grande 3 volte e mezzo la superficie del Portogallo, destinata alla sola coltivazione della soia. La superficie coltivata a canna da zucchero - continua Larissa Mies Bombardi - è più vasta del Portogallo, quella destinata all’eucalipto è grande esattamente come il Portogallo. Tutto ciò, ovviamente, ha un enorme impatto ambientale, perché tre monocolture del genere hanno bisogno di una quantità gigantesca di pesticidi.
Il Brasile oggi è il più grande consumatore di pesticidi al mondo: il 20% dei pesticidi usati in tutto il mondo è venduto in Brasile, e questo ha un impatto fortissimo sia da un punto di vista ambientale che umano. A livello ambientale, ciò che abbiamo visto negli ultimi anni, e che ho mappato, è che l’avanzata delle coltivazioni di soia in Brasile è andata dal Sud al Nord del Paese, portando la deforestazione della Foresta Amazzonica al suo punto critico. Se guardiamo alle aree del Brasile in cui negli ultimi 10 anni l’uso dei pesticidi è cresciuto maggiormente, si tratta spesso e volentieri di aziende dell’Amazzonia”.
Proprio il polmone verde della Terra, sempre più sofferente, deve fare i conti con due dinamiche assai pericolose. “Una è la deforestazione, l’altra è l’uso dei pesticidi. Mappando personalmente questi due aspetti - racconta la docente - emerge con chiarezza che sono geograficamente sovrapponibili alla perfezione. Le municipalità in cui la deforestazione è maggiore sono anche quelle in cui è cresciuto maggiormente l’uso dei pesticidi. E fanno tutte parte di quell’arco della deforestazione della Foresta Amazzonica che sta subendo l’avanzata delle colture intensive, ossia l’avanzamento della frontiera agricola. Tutto questo è ovviamente relazionato al ruolo che il Brasile e gli altri Paesi dell’America Latina hanno avuto nell’economia mondiale, diventando Paesi esportatori di materie prime, un ruolo che è collegato alla crescita dei consumi di carne a livello globale. Così - ribadisce Larissa Mies Bombardi - la soia che si produce in Brasile occupa una superficie pari a quella della Germania. Insisto in questo esempio perché credo che sia molto chiaro, senza dimenticare che il 90% di questa soia è transgenica. E la maggior parte di questa soia è esportata all’estero, specie in Unione Europea e Cina, che èil maggior consumatore di soia al mondo. Insomma, c’è una Germania di soia transgenica nel mondo, e questo aiuta a spiegare perché in Brasile ci sia il più alto livello di consumi di pesticidi al mondo”.
Ma la tragedia non è solo ambientale, perché a pagarne le conseguenze, ormai, è anche l’uomo. “A proposito di impatto ambientale, il Cerrado, la savana brasiliana, ha subito effetti devastanti in termini di acqua, suolo, di riduzione delle biodiversità, e adesso, di recente, abbiamo visto anche che l’impatto sta raggiungendo l’Amazzonia. Il Cerrado, per quello che abbiamo visto, è diventato l’hotspot dell’impatto ecologico dovuto alle colture intensive ed all’uso dei pesticidi. E lo stesso sta avvenendo in Amazzonia: una tragedia ambientale ed umana. Tra il 2007 e il 2017 - spiega la professoressa dell’Università di San Paolo - in Brasile più di 40.000 persone hanno subito avvelenamenti da pesticidi per uso agricolo, intossicate per contatto con queste sostanze, anche ingerendole o inalandole. E non è finita, perché il nostro Ministero della Sanità, stima che per ogni persona avvelenata ce ne siano altre 50 di cui il Ministero stesso non è a conoscenza. Per cui è possibile che in questo periodo ci siano stati oltre due milioni di avvelenamenti a causa dei pesticidi in Brasile. E l’aspetto più perverso e crudele è che un numero significativo, del 20% della popolazione intossicata, sono bambini e ragazzi, tra gli zero e 19 anni. È una tragedia umana causata dal modello di produzione e consumo che abbiamo deciso di adottare su scala globale”.
E come se non bastasse, scelte del genere, dal punto di vista economico, produttivo e quindi agricolo rischiano di mettere seriamente in pericolo la dieta brasiliana. “Per coltivare soia, eucalipto e canna da zucchero sono state via via espiantate le quattro coltivazioni fondamentali della dieta brasiliana: riso, fagioli, grano e manioca, che hanno perso tra il 20 ed il 40% delle superfici. La superficie coltivata a soia è invece raddoppiata, a discapito della sicurezza alimentare del Paese.
È un modello industrializzato di agricoltura dannoso e pericoloso, sia per l’ambiente che per l’uomo. Portare questo tema al centro del dibattito - conclude Larissa Mies Bombardi - non può che aiutare la società ad aprire gli occhi e capire di cosa si parla quando si discerne di modelli produttivi industrializzati e di modelli di consumo sbagliati. Ma anche di quanti controsensi ci siano, e di quante contraddizioni: tre dei dieci pesticidi banditi dall’Unione Europea sono tra i più usati in Brasile”.

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