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Corriere della Sera

A Verona 4.600 aziende di 35 Paesi, uno spazio pari a 14 campi da calcio. Obiettivo, burocrazia permettendo, è aprire una via (alcolica) della Seta … Un gigante alla conquista del mondo. Il Vinitaly non è mai stato così vasto. Centomila metri quadrati di stand, pari a 14 campi di calcio. Uno spazio con 4.600 aziende da 35 Paesi, l’equivalente di 300 squadre, riserve comprese. Un esercito di vignaioli, cantinieri e sommelier pronto a stappare circa 50 mila etichette diverse per almeno 120 mila visitatori. Ne ha fatta di strada il Vinitaly, arrivato alla edizione 53. Nel 1967 si chiamava “Giornate del Vino” e consisteva in un insieme di convegni tecnici al Palazzo della Gran Guardia di Verona, dove ieri è andata in scena OperaWine, il preludio alcolico organizzato con gli americani della rivista Wine Spectator. Oggi l’inaugurazione, con mezzo governo che si aggirerà tra i padiglioni (il premier Conte, il vice Salvini e il ministro all’Agricoltura Centinaio, mentre domani arriverà il vice premier Di Maio) e la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati sul palco. Il Ciclope di Verona è il termometro che misura stati di salute e febbri del vino italiano. Sotto la guida del presidente Maurizio Danese e del direttore generale di VeronaFiere Giovanni Mantovani, il gigante cerca di aprire una nuova via (alcolica) della Seta. Anche se i consumi in Italia sono tutt’altro che trascurabili (spendiamo più di 14 miliardi l’anno in rossi, bianchi e rosati) è dall’export che si attendono sorprese positive. Rallentano mercati storici come Germania e Gran Bretagna. Sono al massimo le zone costiere degli Stati Uniti. Il fatturato del Vigneto Italia crescerà se si conquistano nuovi mercati. E per farlo bisogna portare a Verona chi compra e rivende nei Paesi ad alto potenziale di crescita: nel 2018 sono arrivati a Verona 32 mila top buyer da 143 Paesi. La sfida, come ripete George Riedel, l’imbattibile inventore di bicchieri diversi per ogni vitigno, è cavalcare e seguire l’onda. Un’alta marea vinosa che ora si dirige verso l’Asia, nuova terra promessa. A partire dalla Cina, dove esportiamo per 143 milioni, lontanissimi dal fatturato francese di 903 milioni. Tre anni fa arrivò al Vinitaly Jack Ma di Alibaba. L’allora premier Matteo Renzi disse che il vino italiano doveva crescere dai 5 a 7,5 miliardi di export entro il 2020. Non sembra più un obiettivo irraggiungibile. Anche grazie agli accordi bilaterali di libero scambio (come quello appena siglato tra Europa e Giappone) che elimina la concorrenza ad armi impari che costringe l’Italia a pagare dazi fino al 20%, in Cina, mentre l’Australia versa zero. Dopo un travaglio burocratico, il ministro Centinaio annuncia lo sblocco di loo milioni europei alle nostre Regioni per la promozione del bere italiano nel mondo. Buona notizia. Assieme al Vinitaly anche il vino tricolore, quanto a qualità e premi, ha fatto passi da gigante oltre confine. Un esempio? Nell’ultima classifica di Wine Spectator il Sassicaia è risultato il miglior vino al mondo. Mentre il clima da recessione incupiste altri settori, l’industria Doc, Docg e Igt punta su una fiducia “condizionata”, come l’ha definita Alessandro Regoli dell’agenzia Winenews raccogliendo i pareri dei produttori sul 2019. L’ottimismo (cauto) degli investitori si riflette in un Vinitaly sempre più ricco di appuntamenti: parata di chef stellati negli stand e nelle dimore, da Enrico Bartolini a Carlo Cracco, Chicco Cerea, Moreno Cedroni, Gianfranco Vissani. E poi centinaia di degustazioni, alcune con vini storici, altre sulle nuove tendenze, biologico e naturale. Fino agli eventi di genere: “I vini rivoluzionari delle giovani donne del vino”. C’è un evento per tutti nella casa del gigante di Verona.

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