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Corriere Della Sera / Corriereconomia

Vino, come stappare la ripresa ... Osservatorio Vinitaly. Dopo un 2009 critico il settore tenta il rilancio. La panoramica delle iniziative alla vigilia della grande fiera veronese. Operatori ottimisti. Ma per il decollo servono sinergie, nuove modalità distributive, iniziative di marketing... Buona vendemmia, ma con retrogusto amaro. Il 2009 non è stato per il vino un anno da ricordare. Il calo medio dei fatturati è oscillato tra il 5% e il 10%, ma con qualche azienda che ha registrato cali anche più rilevanti. Sarà per questo che il mondo enologico risulta spaccato quasi a metà tra pessimisti e ottimisti. Le previsioni del 2010 parlano di una risalita dei fatturati, ma il calo dei consumi (soprattutto nell’agroalimentare) desta qualche preoccupazione. Il 2010, si presenta come un anno che potrebbe sancire una ripresa, se non ai ritmi di crescita del 2007, almeno capace di compensare l’erosione dei margini avvenuta nel 2009.

“La situazione non è ancora da allarme rosso - ammonisce Gianni Zonin, presidente dell’omonima casa vinicola -. L’anno scorso ad aver perso terreno sono stati soprattutto i vini di fascia alta e quelli con uno sbilanciato rapporto tra qualità e prezzo. Bisogna prendere coscienza del fatto che quello italiano è ormai un consumatore maturo e selettivo: la crisi lo ha costretto a stare più attento nella scelta. Qualcuno ha dovuto dimezzare il budget da destinare al vino e se qualche cantina aveva esagerato con i prezzi ha pagato dazio”.

L’export dovrebbe continuare a rappresentare un punto di riferimento anche per il 2010, ma quello che preoccupa di più gli imprenditori del vino italiano è la perdurante campagna di repressione fatta con etilometri troppo sensibili che hanno terrorizzato gli automobilisti e inciso sul consumo. “Demonizzare il vino è una follia - sbotta Zonin -. Dargli la responsabilità dell’alcolismo è addirittura una stupidaggine. Questa campagna sta solo facendo male al nostro settore senza garantire la salute di nessuno. L’iniziativa è talmente infondata e pretestuosa da far pensare che a sostenerla ci siano delle lobby di potere che hanno tutto l’interesse a spingere altro tipo di consumi del bere. Ma è chiaro che le nostre associazioni e lo stesso governo non potranno sottovalutare quanto sia importante di un’opposizione ferma e tempestiva”.

A turbare i progetti dei produttori ci sono però anche altri problemi. Questa la panoramica dei timori emersa da un sondaggio effettuato tra alcune delle maggiori case vinicole: la sovrapproduzione che continua a non essere completamente assorbita, la debolezza dei consumi, le incognite economiche e la perdita di competitività, seguite dalla concorrenza degli altri Paesi produttori e dai problemi valutari.

“Però non bisogna farsi travolgere dal pessimismo - ammonisce Maurizio Zanella, fondatore della cantina Cà del Bosco in Franciacorta -. In fondo l’enologia del vecchio mondo ha avuto ragione sul quella del nuovo mondo: basta solo vedere quanti vigneti stanno espiantando in Australia e Sudafrica. La scelta italiana di valorizzare i vitigni autoctoni ha pagato e continuerà a farlo se proseguiremo nella nostra ricerca della qualità. In Franciacorta abbiamo potenzialità di crescita che potrebbero portarci a raddoppiare la produzione, ma non abbiamo fretta. Sappiamo che la crescita deve essere consapevole e graduale. Non è un segreto che in un anno difficile come quello passato alcune etichette leader della Franciacorta abbiano venduto di più e a prezzo più alto di marchi francesi altrettanto rinomati. Segnale preciso che il mercato, anche durante la crisi è in grado di riconoscere la qualità”.

Ma per garantirsi un futuro sereno sono in tanti ad auspicare una stagione di sinergie all’interno del nostro sistema vino. “Ma sinergia non vuol dire omologazione - precisa l’enologo Paolo Caciorgna - bisogna, semmai, ricercare coesione fra tutti gli operatori della filiera e, mantenendo le proprie prerogative, unire le forze dei vari protagonisti del mondo del vino per rafforzare il sistema Italia all’estero. Abbiamo sviluppato qualità territoriali molto elevate ma serve un sistema di supporto per farle conoscere in giro per il mondo”.

Chi la notorietà internazionale l’ha raggiunta ormai da tempo è proprio la bollicina della Franciacorta, un’area produttiva che ormai potrebbe rappresentare un modello di successo da imitare (come è già successo per l’area del Barolo, Brunello di Montalcino e Sagrantino di Montefalco). “Forse però la coesione dei produttori della Franciacorta ha rappresentato un modello unico - sottolinea Vittorio Moretti, patron della cantina Bellavista e uno dei padri fondatori dei produttori bresciani - la nostra è una regione di interessi convergenti, potrebbe rappresentare un laboratorio per l’intero sistema italiano. Perché nel nostro settore si può anche crescere in fretta ma la difficoltà è quella di rimanere ai vertici con una produzione di alta qualità e con un giusto equilibrio di gestione tra la vigna, la cantina e il mercato reale”.

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