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Corriere Della Sera / Style

I ragazzi Bon Bon ... Li chiamano così. Bon chic, bon genre. Elegantissimi, raffinatissimi, spalle dritte e amici in Paradiso. Organizzano l’impossibile: degustazioni di Krug Clos du Mesnil nel deserto, aperitivi tra i tori da corrida, visite a corte. Vite offerte allo champagne... Certo, ci sono le socialite. Di solito, se americane o europee, sono bionde, ricchissime e fintamente oche. Di solito, fanno le pr per le griffe della moda. Vedi alla voce Alexandra Miller in Furstenberg. Se, invece. italiane sono bionde finte, in cerca di (o accasate con) marito ricco e, spesso, genuinamente oche. Anche loro, il più delle volte, bazzicano nel pierraggio o in tv. Tanto meglio se provengono da casati illustri.
Non è così per gli uomini. Percentualmente, i giovin signori di casati illustri che si dedicano a rappresentare l’immagine di un’azienda (non di famiglia) sono pochi. E, sempre percentualmente, una quota notevole se l’è aggiudicata Krug, maison sinonimo di champagne di prestigio. La forza di queste cantine leggendarie di Reims è quella di avere un’arte ineguagliabile nell’assemblare uve provenienti da diversi vigneti. Lo stesso è per il team che si occupa di diffondere lo stile Krug nel mondo. Alcuni dei migliori rampolli d’Europa fanno a gara per far aprire le porte di rastelli e dimore altrimenti inaccessibili ai comuni mortali, a organizzare pranzi con chef blasonati, balli, escursioni degne della penna di Francis Scott Fitzgerald. È il social network, bellezza. Prendi, ad esempio, Alexander Gilkes, direttore della comunicazione.
In pratica, insieme con Oliver Krug, è l’uomo immagine della maison.
Ecco brevi note biografiche che spiegano perché. Classe 1979, bellissimo, pedigree perfetto. Discende dal nobilissimo William Pitt, primo ministro britannico durante le guerre napoleoniche; è diplomato a Eton, diventando amico del principe William. All’università ha studiato russo e spagnolo: ha vissuto a Santiago del Cile insegnando inglese, a Madrid lavorando per Ubs e a San Pietroburgo scrivendo la tesi sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica nascosto nell’appartamento di un dissidente politico.
Poi, è inciampato in Mario Testino, il fotografo più snob del globo, che lo ha piazzato, seduta stante, nella sua campagna per Burberry insieme con, piccolo dettaglio, Kate Moss. E mentre faceva l’assistente sui set di Eyes Wide Shut di Stanlev Kubrick, si lasciava ritrarre anche nella pubblicità di Ralph Lauren.
Il lusso, per lui, non è passione: è abitudine. Ovvio, quindi che l’ex presidente di Krug, Mark Connell, gli offrisse un lavoro e che l’attuale Ceo, Panos Sarantopoulos, astuto signore greco di grande famiglia anche lui, gli desse sempre più spazio. Chi meglio di questo piccolo lord, dall’agenda ineguagliabile, può inventare straordinarie esperienze?
È Gilkes, infatti, che organizza per i grandi collezionisti di tutto il mondo le Krug Odyssey: chiamarli viaggi sarebbe riduttivo.
E se il, programma del prossimo (se ne tengono un paio all’anno) è ancora rigorosamente top secret, quello dell’ultimo aveva come titolo From birth to Glory (dalla nascita alla gloria), e ruotava attorno al concetto della selezione per arrivare alla perfezione. Questo il tema.
Lo svolgimento prevedeva spostamenti (a bordo di aerei privati, elicotteri, flotte di Range Rover tutte nere, flotte di Citroen DS tutte colorate: mancava solo il sottomarino) tra vigneti dello Champagne e puntatine nel cuore dell’Andalusia per capire come si allevano i migliori tori da combattimento. Dov’è il nesso? C’è, eccome.
Un concetto molto caro, questo, a Oliver Krug, sesta generazione della famiglia, il “selezionatore” e l’“assemblatore”. È lui che “dice sì”, come uno chicchissimo uomo Del Monte, alle uve che provengono da un intricato mosaico di minuscoli appezzamenti. Una volta selezionate a mano, torchiate per ottenere il mosto, vengono trasferite in botti da 205 litri in legno di rovere. Ogni anno, dal 1843, tra gennaio e febbraio, le uve provenienti da diversi vigneti e da annate differenti vengono assemblate da un membro della dinastia. La perfezione del Grande Cuvée, del Rosé e degli altri champagne, dipende dalla sensibilità di Oliver così come la qualità dei tori che escono dalla Finca El Sardinero, l’allevamento più blasonato di Spagna, dipende dai segreti dell’allevatore Javier “Rafa” Molina.
Signore che, per brindare al parallelo, fa spuntare dal nulla, in un angolo dei mille ettari di olivi, tra toros bravos per nulla addomesticati, camerieri in alta tenuta che offrono Clos du Mesnil 1996, bottiglie da migliaia di euro oramai introvabili perché collezionate avidamente in tutto il mondo. E pure alla perfetta temperatura. Questione di dettagli e di perfetta conoscenza del territorio. Non è un caso che in Andalusia sia vissuta a lungo Anouk Blain-Mailhot, international communication director della maison, prima di trasferirsi a Hong Kong per poi tornare a lavorare per Krug. Ma Gilkes ha chiamato a raccolta il meglio dei rampolli del vecchio continente per creare un’Odissea indimenticabile.
Ecco, allora, che uno dei suoi migliori amici, George Scott, ha messo a disposizione Trasierra, un sogno di tenuta andalusa con mulini e mura di difesa scelta una trentina di anni fa dai genitori, aristocratici inglesi, come residenza. Anche lui sembra uscito da una delle migliori campagne di Ralph Lauren. Un’altra, lady Emily Fitzroy, è stata nominata la più grande esperta del meglio d’Italia dalla Condé Nasr Travel Guide e, indubbiamente, è gentildonna che sa come si vive. Altro divino sodale è Riccardo Lanza, più che abituato a organizzare visite di Stato per monarchi e nobiltà di tutta Europa oltre che per i Ceo ai primi posti della classifica di Forbes.
Per la serata finale a Siviglia, questi dandy di estenuata sofisticatezza, sono riusciti a far aprire il portone di (asa de Pilatos, il palazzo cinquecentesco di Luna e Sol, figlie dei duchi di Segorbe. Un tripudio di giardini e mosaici, statue e saloni opulenti. Il tavolo del pranzo era tanto ingombro di argenti, corbeille di fiori, candele e cristalleria da temere per la sua tenuta: la distanza tra le sei forchette e gli altrettanti coltelli era di precisione millimetrica. Il biondo Lanza, delicato Gatsby contemporaneo, ha trascorso ore a sistemare questi dettagli. E a chi gli chiedeva se ne valesse la pena, rispondeva che tanta decadente perfezione non veniva il più delle volte capita dai suoi, liquidissimi, clienti preferiti: gli oligarchi russi.
Ma il suo, in fondo, era esercizio di stile. Inimitabile come quello di Olivier Krug che, sul tetto di una dimora a picco sui giardini di Alcazar, ha offerto una mirabolante degustazione. Krug 1981 contro 1982, 1988 contro 1989, 1995 contro 1996, che nessun pr, per quanto blasonato. può decantare a sufficienza.
Inimitabile, però, la nonchalance con cui Gilkes sa stappare una Magnum del 1962.

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