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Corriere Della Sera

Vino, nei ristoranti aumenti anche del 250%. Il momento d’oro del settore spinge i listini: incrementi diversi a seconda dei punti di vendita e non sempre giustificati. Salgono i prezzi delle etichette blasonate, ma i ricarichi più alti sono sulle bottiglie sconosciute ... Caro, carissimo vino. Il primo allarme è arrivato in aprile, durante Vinitaly, la rassegna organizzata dalla Fiera di Verona: lamentele tra gli addetti ai lavori. Oggi, però, il malumore contro la corsa dei prezzi si sta diffondendo a macchia d’olio. Secondo l’osservatorio del Salone del vino, l’anno scorso ci sono stati rincari del 4% e in alcuni casi si è andati anche oltre il 50. Con imprevedibili effetti moltiplicatori. Al ristorante per un Sassicaia ’97 si possono pagare anche più di 250 euro; in enoteca un Barolo Sperss del ’93 supera i 180 e un Brunello Biondi Santi del ’90 va sui 220 euro. Sempre meno, comunque, dei prezzi che spuntano certi blasonati cru d’Oltralpe, Chateau d’Yquem, Chateau Margaux, Mounton Rothschild. «La qualità si paga, nel vino come in ogni altro bene voluttuario - commenta Giuseppe Martelli, direttore di Assoenologi. - A certi livelli l’aumento è stabilito solo dal mercato». Rimbecca Emanuele Piccari dell’Unione nazionale consumatori: «I vini costosi li compra chi se ne infischia del prezzo, tenerlo alto è una scelta di marketing». Quello del carobottiglia sarà uno dei temi al centro del congresso degli enologi in programma a Montesilvano (Pescara) dal 6 al 9 giugno. «I dati in nostro possesso - rivela Martelli - mettono in luce che i maggiori ricarichi sono sulle bottiglie a basso costo di partenza, spesso sconosciute, qualche volta anche a denominazione d’origine». Perchè un vino famoso, al top dell’immagine e della qualità, ha un prezzo iniziale alto che difficilmente può essere aumentato di tre o quattro volte. «Ci sono etichette che possono permettersi certe cifre, per il prestigio che hanno e perchè servono da "traino" agli altri vini - afferma Giuseppe Vaccarini, presidente dell’Associazione italiana sommelier. - Se c’è chi per una bottiglia pagherebbe anche il doppio, perchè venderla a meno? Oppure: perchè non ridurre il prezzo piuttosto che lasciarla invenduta? Soprattuto se il ricarico, anche inferiore, risulta lo stesso remunerativo». Molto dipende anche dal posto dove si compra. Spiega Martelli: «Possiamo avere un margine d’aumento che va dal 10 nei cash&carry , fino a oltre il 40% per le enoteche, le quali oltre a vendere il prodotto devono dare immagine, informazioni e servizi che hanno un costo». Secondo l’Unione consumatori, il ricarico per una bottiglia di qualità media varia da un 12% nei discount a un 250 nei ristoranti. «Un aumento ragionevole potrebbe essere del 25-30% - sostiene Piccari. - Triplicarne il prezzo come fanno certi ristoranti è scandaloso, anche tenendo presenti i costi di magazzinaggio e dell'invenduto». «Il vino non può essere paragonato alla pasta o alla conserva di pomodoro - risponde Martelli, - sono tante le compenenti che concorrono alla formazione del prezzo. E’ vero però che ricaricando troppo i vini di scarsa qualità si tradisce il consumatore e si squalifica l’immagine del prodotto italiano». Chi il vino lo conosce sa come difendersi, non per niente il mercato viaggia oggi a due velocità: da una parte le bottiglie che vanno e fanno tendenza, dall’altra quelle che non si vendono.

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