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Corriere Della Sera

I filari di viti come code di auto. Ma la riconversione è cominciata. Il modello di coltivazione ha cambiato la campagna. La proposta della Regione: «Un’Autorithy per proteggere la natura» ... Era il «grande intreccio» lo spettacolo più bello. Le viti con i grappoli rossi e bianchi si legavano agli aceri in mille geometrie diverse, tra i filari prosperava il grano e poco più avanti orti coltivati e antichi oliveti dipingevano il paesaggio. Oggi molto è cambiato. Migliaia di alberi non esistono più sostituiti da sterminate distese di mais e barbabietole, colture intensive, tutte uguali e monotone. Anche i vecchi poderi hanno cambiato pelle, trasformandosi in tecnologiche aziende agricole. Quarant’anni dopo la Val di Chiana, la grande terrazza della biodiversità toscana, che spazia tra le province di Arezzo e Siena, bacia Cortona, sino a sfiorare il lago Trasimeno, non è più la stessa. «Colpa di un certo modo di intendere l’agricoltura - spiega Maria Grazia Mammuccini, presidente dell’Arsia, l’azienda di sviluppo agricolo della Regione Toscana - che dagli anni ’60 fino a una decina di anni fa ha ignorato il paesaggio puntando quasi esclusivamente sulla produzione».
Così, se a Monte San Savino, a pochi chilometri da Arezzo, una volta c’erano pascoli con vacche chianine, quelle della famosa fiorentina, piccoli allevamenti di conigli, oliveti di rara bellezza, oggi il granturco è da ogni parte. La Val di Chiana ha anche rischiato di essere sommersa da allevamenti intensivi di maiali e i loro escrementi hanno inquinato la falda acquifera oggi a elevata concentrazione di nitrati. Poi, per fortuna la produzione è stata ridotta del 70%. Le cose non sono andate meglio nel Senese. A Montalcino, il business dei vigneti coltivati a Brunello (costano fino a 750 mila euro a ettaro) ha trasformato il territorio. Una volta le viti delimitavano i campi, c’erano fossati e siepi. «Adesso ci sono solo filari, simili ad auto in una fabbrica di montaggio - spiega Fabio Roggiolani, Verde, presidente della commissione agricoltura della Regione Toscana - La stessa cosa è accaduta nel Chianti. Ora a rischio c’è Castagneto Carducci, nel Livornese, perché l’affermarsi del Sassicaia e dei suoi vigneti ha spinto speculatori ad acquistare terreni, oliveti e terrazzamenti, ad abbattere tutto e a piantare viti». Eppure il paesaggio della Toscana non è affatto morto. Da una decina di anni sta risorgendo, sia per una serie di progetti della Regione, che per la stessa sensibilità dei proprietari terrieri che hanno capito che anche l’occhio può essere un valore aggiuntivo. Qualche esempio? L’azienda Banfi di Montalcino ha da tempo deciso una riconversione della riconversione, disegnando il territorio così come era mezzo secolo fa. In Val di Cornia, sulla costa tra Livorno e Grosseto, l’azienda Petra con la futuribile cantina disegnata dall’architetto Mario Botta, è un esempio di biodiversità. A Greve in Chianti e Tavernelle Val di Pesa per piantare vigneti sono necessari permessi di concessione edilizia. E infine ci sono proposte per la nascita di un marchio doc per tutelare il paesaggio toscano e di un’Autorithy: «Sarà un organismo che dovrà coinvolgere i consorzi dei produttori di vino - spiega Roggiolani - e un’équipe di paesaggisti toscani e di docenti universitari».

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