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Corriere Della Sera

Il vino made in Italy? «Un’industria piccola». Il giudizio di Mediobanca: resta un settore di nicchia, dimensioni ridotte ... Vino e mercato. Un settore spumeggiante che superato il brutto momento del 2003 è tornato in gran forma e a livello internazionale mostra ricavi in crescita del 10,1% e utili del 18,4%. A guidare la ripresa sono i colossi americani e australiani che sfruttano sia i vini di marca sia la distribuzione all’ingrosso. Meno movimentato invece il versante italiano: nel 2004 e 2005 il fatturato delle principali società tricolori è cresciuto solo dell’1% e l’esercizio in corso segna il passo.

La settima indagine sul settore vinicolo a cura dell’ufficio studi di Mediobanca fotografa soprattutto due diversi modelli e come Jonathan Nossiter (diplomato «sommelier» a New York, nel suo documentario «Mondovino») definisce i contorni di due mondi paralleli, due grandi concezioni che dominano il mercato. Da una parte, l’ideologia romantica dei piccoli produttori, i cantori del vino come espressione diretta della cultura e delle tradizioni del territorio in cui è prodotto. Come dice il vecchio Aimé Guibert (proprietario e fondatore del francese Daumas Gassac, definito il «Grand cru della Languedoc): «Il vino rappresenta un rapporto quasi religioso tra l’uomo, gli elementi naturali e l’immateriale. Ci vuole un poeta per fare un grande vino». Dall’altra, l’ideologia dei grandi produttori, i californiani, gli australiani, fautori della globalizzazione dell’industria vinicola, gli esteti del gusto vanigliato e del legno giovane. Come dice Bob Mondavi, fondatore della Robert Mondavi Winery, con sede nella Napa Valley, una delle più grandi aziende enologiche del mondo: «Qui in California abbiamo le migliori condizioni climatiche del mondo per fare il vino. Dovevamo solo imparare a fare i nostri vini». Nella classifica per fatturato le prime tre italiane sono cooperative (Caviro con 264,2 milioni di euro, Gruppo italiano vini con 258 milioni e Cavit con 161,5 milioni) seguite da Antinori (115,6 milioni) e Giordano (115 milioni).

«Il nostro resta un settore di nicchia - spiega Fulvio Coltorti, responsabile dell’ufficio studi Mediobanca - se confrontato con giganti internazionali come l’americana Constellation (oltre tre miliardi di euro) e l’australiana Foster (2,23 miliardi)».
Le grandi manovre. A livello internazionale nel 2005 è proseguita la marcia forzata della crescita esterna: con l’acquisizione di Southcorp da parte di Foster dopo che la Constellation nel 2004 ha comprato Mondavi. In Italia, cooperative a parte (di fatto aggregazioni di piccoli produttori), ci sono state sì acquisizioni ma di vigneti. «Le caratteristiche? Polverizzazione della proprietà da un lato e grande tradizione, come del resto Francia e Spagna - afferma Gianni Zonin, l’imprenditore del vino con la passione delle banche e quasi 3.600 ettari di tenute, di cui 1.700 a vigneto -. Ognuno è legato al proprio vigneto che fu del padre e prima ancora del nonno e del bisnonno. Qualche straniero è arrivato e alcune aggregazioni sono state fatte anche tra italiani, ma niente a che vedere con gli australiani e i californiani, viticoltori giovani che applicano criteri industriali puntando ai grandi gruppi e alle economie di scala».

Certo c’è stato il caso Ruffino, di cui la Constellation ha acquisito il 40% anche se maggioranza e gestione è ancora ben salda nelle mani della famiglia Folonari.

«Le nostre dimensioni sono ancora troppo piccole e poco interessanti per gli stranieri - aggiunge Zonin - ma dopo la crisi del 2003 ci sarà un riequilibrio e gli stranieri arriveranno. Abbiamo accettato la sfida dell’economia globale e aperto le porte, adesso dobbiamo competere, nonostante i veti della Ue». Che i giovani produttori australiani e californiani non hanno.

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