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Corriere Della Sera

Il “tormento” della famiglia? Sono astemia ... Premetto che in cantina servo a poco, non tanto perché faccio principalmente un altro mestiere, quanto per un mio peccato originale e mortale, beffa estrema per chi nasce in una famiglia che coltiva vigne e produce vino - lo testimoniano le carte di casa - da oltre trecento anni. Sono astemia, da sempre. Né vino, né birra, né whisky ma nemmeno boeri, mon chery o babà; tantomeno liquori o grappe. Mio padre, speranzoso, diceva che ogni sette anni si cambia gusto ma dopo aver atteso invano i quattordici, i ventuno e i ventotto, mi sono rassegnata al fatto scandaloso. Anche se, per esempio, quando mangio un pezzo di formaggio e ci bevo sopra dell’acqua, sento un’assenza, quasi una nostalgia di qualcos’altro. Ne ho assaggiati nella mia vita di vini, e molti, per far piacere a qualcuno, per non essere da meno, per fingere in una foto o anche per ricontrollare se, magari, pur lontana da un multiplo di sette, qualcosa nel gusto non fosse per caso cambiato. Ragione per cui, misteriosamente, 50 distinguere un vino buono da uno cattivo. Dài e dài mi sono anche scoperta, non delle passioni, che sarebbe davvero dire troppo, però certe piccole preferenze che mi mettono in condizione di bere un quarto di bicchiere, per esempio, se c’è da stare in compagnia. Se proprio deve essere, insomma, bevo qualcosa di casa, qualcosa di bianco. Traminer aromatico come prima scelta, Moscato quando lo facciamo, poche bottiglie per la famiglia e, adesso il nostro nuovo, primo spumante (che bella la denominazione tradizionale casalinga, ruspante), intitolato, in ricordo di mio padre, vignaiolo intrepido e innovativo, “Conte Federico”. E, a proposito di mio padre, non mi perdonò di avergli, almeno in un caso, scippato la fama. Era stato in viaggio, in treno, e al vagone ristorante aveva trovato posto accanto a un signore con il quale si era avviata una conversazione. Alla fine si erano scambiati i biglietti da visita e il gentile commensale, invece di esclamare - doverosamente - “Ah, il creatore del Fojaneghe” (nostro storico vino “maggiore”), aveva chiesto: “Parente della scrittrice?”. Papa se la prese, quasi sul serio. Non servo a molto, dunque, in azienda, regno dei miei fratelli. Mi si chiama per stendere testi, inventare nomi per i vini, per presenziare, come si dice, quando occorre. E si vorrebbe che qualche volta scrivessi sul giornale delle nostre bottiglie, cosa che ovviamente non ho fatto mai, tranne questa volta, la prima. Però, in cambio, servono a me i vigneti perfettamente pettinati in pergole regolari lungo i fianchi del monte e serve a me la cantina ricavata dall’antico “maso trentino, un tempo adibito anche a granaio, stalla, pollaio: e ora dedicato soltanto al vino che, mesi fa, indusse alcuni clienti giapponesi, reduci da un giro di visite a modernissime cantine “di design”, a esclamare esultanti: “Tradition! Tradition!”. Servono a dare tregua, a farmi sentire a casa e a rinnovare ricordi, i migliori, perché in nome del vino, del lavoro, dunque, dello sforzo di migliorasi, di cercare, di sperimentare nuove strade, ogni controversia taceva.

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