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Corriere Della Sera

Le quattro donne senza trucco del vino ... Dora Forsoni va all’attacco di un cinghiale con la stessa forza di Sigourney Weaver in “Alien”. Nicoletta Bocca si aggira nell’immensa cucina tra candele e un enorme camino, in un mondo di caraffe e legni stagionati, ricordando Audrey Tautou nel “Favoloso mondo di Amelie”. Elisabetta Foradori, che parla delle vigne chiamandole ragazze, sembra il genio del cioccolato di “Emotivi anonimi”. Travolgente e passionale Arianna Occhipinti: se fosse nata mezzo secolo prima sarebbe un’ironica Monica Vitti nella “Ragazza con la pistola”. Ma le quattro donne protagoniste del film “Senza trucco” non sono attrici. Solo vignaiole. E come spiega il titolo, si raccontano senza finzioni. “Senza trucco” è un film su quattro donne che hanno scelto la terra e il vino naturale, biologico o biodinamico. Donne toste, diverse ma in fondo simili: artigiane dell’autoctono, con una comune eleganza e mani tormentate dal lavoro. Un film che si è fatto strada da solo: finite le riprese non c’erano i soldi per montaggio e produzione, così la regista Giulia Graglia ha lanciato una vendita en primeur dei dvd, proprio come si fa con i vini. E il denaro è arrivato, c’è chi ha pagato sulla fiducia, dopo il tam tam dei blog del vino, prima ancora che il film fosse ultimato. Ora che l’opera è compiuta, la pellicola sta facendo il giro del mondo, dall’Aquila a San Diego (oggi), da Pollenzo a Londra, raccogliendo premi: Festival Siciliambiente, Sguardi Altrove di Milano e un altro è in arrivo.
È un film di silenzi, di neve che scricchiola sotto i piedi, di risate in cantina, di albe dal sole fiacco nei mesi della vendemmia, di suoni dei boschi, di uomini che seguono e ubbidiscono docili le quattro moschettiere del vino. Non è un film-manifesto come “Mondovino” di Jonathan Nossiter e neppure un racconto della solitudine coraggiosa della vita rurale, come in “Il vento fa il suo giro”. È il ritratto placido del rigore etico di quattro contadine moderne, durante quattro stagioni di lavoro.
La toscana Dora Forsoni (Poderi Sanguineto I e II a Montepulciano) è la più spiazzante per chi pensa alle contadine dei quadri di Paul Gauguin. Nessuna concessione al bucolico: si aggira per campi gelati come fosse in mimetica e, squartando un animale, racconta di quando inseguì con il camion e uccise il suo primo cinghiale (“Per davvero, bellissimo, poi mi sono scatenata”). Poi sbuffa e ansima tra le grandi botti di rovere portando alle labbra il suo Montepulciano riserva: “Vino per uomini duri, non è per donne, si sente già la liquirizia”. Quando assaggia spillando da una botte la langarola Nicoletta Bocca (San Fereolo, Dogliani) invece ride: “È così divertente sentire i vini, con questa loro vita autonoma”, dice con lo stesso sorriso del padre Giorgio. E pronuncia l’unico discorso nel film sulle storture del mondo del vino. Se la prende con i critici: “Siamo abituati alle classifiche: quali sono le dieci donne più importanti del vino? È un approccio pornografico, non è amore”. Non per lei che con fatica cura le vigne vecchie “recuperate dagli anziani prima di essere estirpate, piccoli pezzi di vigna nel nulla”, imparando a convivere con il Dolcetto grazie a un vicino “che con quei suoi manoni sembrava suonasse il piano”.
E racconta: “Mio padre è stato partigiano qui, era la terra dell’abbondanza di cibo. Finita la guerra veniva a comprare il vino, portava anche noi, erano viaggi onirici, i pranzi meravigliosamente lenti, l’auto nella nebbia piena di profumi di tartufo, i formaggi. Un passaggio segreto per il paradiso”.
Elisabetta Foradori, trentina (l’azienda di Teroldego porta il suo nome), il padre non l’ha mai conosciuto, ma ha le sue bottiglie in eredità: “Ho pianto stappandone una del 1971, il vino era ancora presente, puro, vivo”. Arrotola i tralci con il fogliame per non tagliarli (“Sarebbe come tagliare le mani a un corpo”), da ventenne ha puntato sul Teroldego mentre tutti lo rifiutavano, scegliendo Merlot e Cabernet. Gira con la falce nei boschi per raccogliere ortiche da trasformare in tisane e irrorare la vigna d’estate, “per dare energia e dare resistenza contro la siccità”. La mattina presto, un rituale. Usa le anfore di terracotta al posto delle botti per la Nosiola, un mondo straordinario, “penso sempre a tanti figli quando li copro”. E poi Arianna Occhipinti, la più giovane. Dà ordini decisi agli operai per irrigare il novanta per cento delle vigne. “Ogni giorno ho bisogno di un sogno”, dice ispirata. E racconta che quando ha cominciato il primo sogno, quello di fare davvero la vignaiola, un contadino d’altri tempi che le stava insegnando i primi passi la vide ferma davanti alle vigne da potare: “Signorina, non è che la dobbiamo fotografare, bisogna procedere. Vorrebbe imparare? Mah, se lo dice lei, ma pemmia…”. Poi con don Vittorio sono diventati amici, e ora da quelle viti ad alberello esce un Frappato diventato famoso in tutto il mondo.
Quattro non attrici, la terra e il vino “Senza trucco”, con un finale ironico, una scritta: “Nessun grappolo d’uva è stato maltrattato con questo film”.

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