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Corriere Della Sera

Ho bevuto da solo in una sera 20 mila dollari di vino ... Jay McInemey racconta la sua nuova professione enologo “Ma scrivere altri romanzi: il prossimo è ancora sui Calloway” ... stato definito “l’edonista delle lettere americane”. Un autodidatta del piacere che, dopo aver buttato alle ortiche la cultura austera e poco sensuale dei suoi avi (“irlandesi cattolici tradizionalisti e terra-terra”), è diventato famoso come il cantore degli eccessi in bestseller come Le mille luci di New York e tanto per cambiare, prima di inventarsi un secondo mestiere parallelo: critico di vini per ll “Wall Street Journal” (“ll migliore del mondo” a dar retta a Salon.com).
Da questa passione Jay Mclnerney ha scritto tre libri, il secondo dei quali, I piaceri della cantina, sta per uscire in Italia da
Bompiani. Ricco di aneddoti e giudizi personali, il libro tesse le lodi di vini italiani - per esempio li Sagrantino, paragonato alla “focosa, mistica sposa siciliana di Michael Corleone/Al Pacino nel Padrino” senza dimenticare i grandi cm francesi come l’Haut-Brion “denso e complesso come un sonetto di Shakespeare”. “L’enologia italiana oggi è quasi all’altezza di quella francese, anche se questi ultimi hanno iniziato a venerare il vino mille anni prima di voi” esordisce il 57enne scrittore, li cui appartamento pieno di quadri, libri e foto (dei figli gemelli 17enni Maisie e John Barrett e della quarta moglie Anne Hearst, erede del magnate che ispirò Citizen Kane di Orson Welles) ha una cucina minuscola che tradisce la sua predilezione per i pasti fuori casa. “Già nel VII secolo i monaci cistercensi producevano vini di alta qualità in Borgogna - racconta -. L’enologia moderna è un prodotto della cultura cristiana e non ho mai capito perché i monaci medievali italiani non abbiamo seguito le orme dei francesi”.

Lei sostiene dunque che l’Italia sia seconda solo alla Francia?

“E così. Ma in Italia fino a tempi recenti il vino era la bevanda quotidiana e democratica per il popolo. Fu l’enologo francese Louis Oudart, nell’800, a esportare l’eccellenza gallica per pochi eletti nella zona del Barolo. Gli italiani hanno da recuperare”.

Eppure furono gli antichi romani a introdurre la viticoltura in Francia.

“E difficile immaginare che sapore avesse il loro vino visto che, come i greci, lo mescolavano a spezie d’ogni tipo. Immagino fosse piuttosto cattivo perché, in assenza di tappi e bottiglie, si avariava presto e serviva soprattutto a placare gli animi e inebriare”.

Lei ricorda spesso la sera in cui, invitato da alcuni milionari, bevve da solo o mila dollari in vini pregiati.

“Credo sia più immorale e ridicolo spendere 40 milioni per una serigrafia di Warhol. Come può vedere dal mio appartamento io colleziono arte: James Rosenquist, Robert Longo, Calo Fonseca, Eric Fischi, Cartier-Bresson e Helmut Newton. Ma se finissi in un’isola deserta preferirei una cassa di buon vino a un Damien Hirst o un Koons”.

Non le piacciono questi due artisti?

“Li trovo singolari e divertenti ma penso che le future generazioni si interrogheranno sul perché uno dei loro lavori nel 2012 valeva più di un Rembrandt o di un Raffaello. L’arte è diventata come la moda, dove una ristretta élite detta legge sui gusti e i comportamenti di orde di ricchi famelici in tutto il mondo”.

Ha mai pensato che il giornalismo enologico possa sminuire la sua vena letteraria?

“Scrivo di vini quando mi manca l’ispirazione per la fiction: mi rilassa ed è facie. Al posto della mia trilogia enologica avrei potuto sfornare altrettanti romanzi? Certo, ed è per questo che archivierò presto questo mio hobby per dedicarmi solo alla fiction - che è la mia vita. Sul mio epitaffio voglio che scrivano Jay McInemey scrittore, non critico di vini”.

Cosa direbbe oggi il suo grande maestro Raymond Carver?

“Non capirebbe molti aspetti della mia vita. Lui era un uomo spartano in tutto e odiava li lusso e la città che io invece amo. In comune avevamo l’amore per la pesca, la poesia e la letteratura. Quando uscì Le mille luci di New York ne fu entusiasta e debbo a lui se oggi sono uno scrittore. Era come un padre per me, morto troppo presto”.

Come ha vissuto le polemiche suscitate nel 2008 dalla decisione di Tess Gallagher, vedova di Carver, di pubblicare le opere originali del marito, pesantemente tagliate dal suo editor Gordon Lish quando era in vita?

“Con l’eccezione di They are not your husband, che Lish ha migliorato, Tess è riuscita a dimostrare che Caiver era infinitamente più geniale del suo editor. Dopo averlo aiutato a trovare la propria voce, Lish, uno scrittore mancato, si è spinto troppo in là, divenendo un sadico votato a manipolare la sua vittima fino a trasformarla nella sua marionetta privata. Lish era un fautore del minimalismo e la sua forbice ha tagliato tutte le emozioni dai testi di Carver, un uomo consumato dall’insicurezza che si è fatto violentare”.

Questo tipo di conflitto scrittore-editor è raro?

“il mio editore io litighiamo a ogni libro anche se lui riconosce che la firma alla fine è la mia così anche l’ultima parola. Il nostro è un rapporto inusuale perché Gary Fisketjon, mio ex compagno d’università e migliore amico, è con me sin dal primo libro. Tanti scrittori passano da un editor all’altro e non riescono a instaurare un rapporto di amicizia”.

Come mai per lei è diverso?

“Puoi cambiare moglie e io ne ho avute quattro, ma un editor è il tuo alter ego. Peccato non sia così anche coi traduttori. E difficile tenerli, visto che sono pagatì malissimo e finiscono per cambiare lavoro”.

Esistono editor che hanno trasformato autori mediocri in fenomeni letterari.

“Thomas Wolf e, l’autore di Look Homeward, Angel, ancora studiato nelle nostre università. La sua grande fortuna è stata quella di avere avuto come editor Maxweli Perldns: lo stesso di Hemingway e Fitzgerald. Ma è un’eccezione perché neppure un mago può trasformare un lavoro mediocre in un capolavoro”.

A quale romanzo sta lavorando?

“Sto per finire l’ultima parte della trilogia sulla famiglia Calloway, iniziata nel 1992 con Eri ghtness Falls e seguita da The Good Life nel 2006. Segno le vicende di Russell e Cortine Calloway da ormai 20 anni e non escludo un quarto romanzo”.

E vero che ogni romanzo è un po’ un memoir?

“L’infanzia si consuma presto nei primi libri e invecchiando, almeno io, tendo a cercare ispirazione all’esterno. Non mi interessa parlare di uno scrittore benestante che vive in un penthouse nel Greenwich Village. I Calloway, una coppia mai divorziata e con un lavoro normale, sono li mio contrario”.

Ma gli spunti autobiografici nella sua opera sono innegabili.

“Il capolavoro di Edward Albee, un gay, è Chi ha paura di Virginia Wolf: un grande amore gay nascosto dietro una storia etero in un’epoca in cui certi temi erano tabù. Jay Gatsby è un mito nella coscienza collettiva americana perché Fitzgerald ha trasformato la propria autobiografia con la fantasia. Pochissimi scrittori hanno vite da mito ma il mito è proprio ciò cui aspira la fiction”.

Dopo Fitzgerald la ricerca del grande romanzo americano è finita?

“Non si è mai interrotta. Qualcuno oggi assegna il titolo a Libertà di Jonathan Franzen, che ho amato pur dubitando che passerà alla storia come Il Grande Gatsby. Anche Jack Kerouac, Sani Bellow, Don DeLillo e Phil Roth ci hanno regalato capolavori, così come Edith Wharton, una delle più talentuose, al pari di Hemingway e Fitzgerald e più di Henry James. Pochissimi hanno descritto la mia amata New York come lei”.

Quali sono gli altri cantori eccelsi di New York?

“Martin Scorsese, J. D. Salinger, Candace Bushnell e la fantastica cricca di Brooklyn - Jennifer Egan, Jonathan Lethem e Jonathan Aines -. Includerei anche Woody AIlen di cui peraltro ho odiato Midnight in Paris, una caricatura idiota e superficiale che mi ha fatto infuriare. I suoi film newyorchesi sono più interessanti, anche se I suoi protagonisti sono sempre gli stessi. intellettuali ebrei, ricchi e nevrotici dell’Upper West Side”.

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