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Corriere Della Sera

Addio a Biondi Santi l’erede degli inventori del Brunello ... Era un gentiluomo d’altri tempi, Franco Biondi Santi, il patriarca del Brunello di Montalcino morto ieri a 91 anni. “Questa è la mia terra” non è solo il titolo del libro-ritratto, pubblicato tre anni fa da Maurizio Boldrini e Andrea Cappelli, che riecheggia una canzone del 1940 di Woody Guthrie. E il pensiero a cui Biondi Santi è stato fedele tutta la vita. Un paio d’anni fa un incidente domestico lo aveva indebolito, ma non aveva mai smesso di parlare delle sue radici, dell’attaccamento alla azienda (“Sono nato qui, quasi in cantina”) alle tradizioni, all’ortodossia del vino. Era stata la sua famiglia a creare il Brunello, selezionando il clone di Sangiovese che costituisce il solo ingrediente di uno dei vini portabandiera d’Italia. Franco Biondi Santi si è sempre battuto per mantenere inalterata la “ricetta” di un successo mondiale che ha cambiato la vita e la storia di Montalcino. Il percorso vinicolo della sua famiglia inizia nel 1867, quando un Moscadello prodotto da Clemente Santi ottenne una menzione d’onore all’Esposizione Universale di Parigi. Dopo la Prima guerra mondiale, i vigneti vennero rimessi in sesto da Ferruccio Biondi Santi, il nonno, che ideò il nuovo vino. Con il suo bastone, il colbacco, i lunghi cappotti e l’eloquio pacato, Franco Biondi Santi aveva una istintiva avversione per i cambiamenti che potevano snaturare il suo vino. Non ha mai seguito la moda delle barriques, le botti da 225 litri che per anni di famiglia hanno conquistato i vignaioli d’Italia (“Noi non ne abbiamo bisogno, la nostra terra rende già grande il vino”, ripeteva a ogni incontro). Continuava ad usare le grandi botti acquistate dal nonno alla fine dell’Ottocento. I suoi vini sono di una straordinaria longevità. Testimoniata dal rito della ricolmatura: alla presenza di un notaio le vecchie bottiglie vengono riportate in cantina dai clienti, stappate e riempite con il vino della stessa annata. Tra le sue Riserve è rimasta mitica quella del 1955, definita da Wine Spectator uno dei dodici vini migliori del secolo. Come raccontava Biondi Santi, quella Riserva era piaciuta anche a Frank Sinatra al punto che il cantante prenotò un posto in più in aereo per trasportarne una cassa con lui negli Stati Uniti. Nel 1994 Decanter assegnò 10/10 (la perfezione) al brunello Biondi Santi del 1891, che allora aveva 103 anni. Ogni tanto il Grande Vecchio del Brunello si lasciava andare a commenti non entusiasti sul mondo che lo circondava: “La mia famiglia ha fatto molto per Montalcino, ma non mi aspetto riconoscenza da nessuno”. Con misura ed eleganza ha aumentato da 4 a 25 gli ettari della sua azienda, il Greppo. Non si mai tirato indietro nella difesa della sua terra, come quando si schierò contro una discarica che minacciava le viti o quando difese la purezza del Brunello da chi voleva cambiare il disciplinare. “E scomparso uno dei simboli della qualità e dell’eccellenza del vino italiano nel mondo”, ha commentato Fabrizio Bindocci, il presidente del Consorzio del Brunello, rendendo l’ultimo omaggio al gentiluomo del vino.

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