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Corriere Della Sera

La signora del rosso che ha sconfitto siccità e scetticismi ... Cinzia Merli, il Paleo e i vini da un solo vitigno. “Ho scelto il biologico pensando alla malattia che ha portato via mio marito”... Gli anni più bui, raccolti attorno a una bottiglia di vino, assumono la levità di un sogno”. C’è un libro di Francesco Biamonti, che sembra uno scenario possibile per il passato di Cinzia Merli, 46 anni, donna minuta e forte, vignaiola delle Macchiole. Cinzia era rimasta sola, come un personaggio di “Vento largo”, il romanzo dello scrittore della luce ligure. Il marito Eugenio portato via nel 2002, a 40 anni, da un cancro ai polmoni. Le piante da potare proprio come nel libro di Biamonti: “Al taglio qualche vite piangeva”. “L’idea di andartene non ti attira?” chiede il maestro di potatura del romanzo alla donna. Forse ci ha pensato anche Cinzia, ma si è risposta che no, bisognava restare.
Era arrivata con Eugenio nel 1982 in quel pezzo di terra di 6 ettari a Bolgheri, comprato dagli Antinori. C’erano grano, olivi, pesche e il mare a due passi. Pochi vigneti, l’epoca dei Supertuscan Sassicaia, Ornellaia, Grattamacco era agli albori. “I genitori di Eugenio avevano un alimentari con spaccio di vino, i miei erano agricoltori”, racconta Cinzia (tra i 200 della guida “Vignaioli e vini d’Italia” in edicola con il Corriere).I primi vini sono pronti nell’87.’Due anni dopo nasce il Paleo rosso, l’apripista del successo. Ma non subito. L’unione tra Cabernet Sauvignon e Sangiovese lascia il posto a una formula sconosciuta per Bolgheri: Cabernet franc in purezza. Anni senza riflettori. Fino a quando, nel 1995, c’è una partita da giocare, Galli contro Etruschi, i vini di Bordeaux contro i toscani. “Arriviamo secondi, cominciano a notarci. In cantina c’era già l’enologo Luca D’Attoma, avevamo cambiato metodo, ogni partita di uva si vinificava a parte”. L’addio di Eugenio sembra la fine di un mondo. “Dovevo scegliere in fretta. Decido in una notte, si va avanti. Resto alle Macchiole con Luca e mio fratello Massimo. Le prime due vendemmie sono un disastro per la siccità. Luca insiste: aspetta, vedrai che andrà meglio. E così, il 2004 è l’anno della scommessa vinta. Passano 4 anni. Una sera chiama James Suckling di Wine Spectator, dice che i punteggi ai nuovi vini sono usciti, per noi è stato valutato proprio quel Paleo 2004: il massimo, cento centesimi”. Non è stato facile. “C’era un alone di scetticismo attorno a me quando ho preso il posto di Eugenio. II fatto di essere donna non mi ha aiutato. Ho sofferto molto. Lui era un uomo carismatico, aveva un’irruenza che lo rendeva sempre protagonista. Ci ho messo del tempo a trovare la mia strada, diretta ma pacata, diversa dalla sua. All’inizio ogni degustazione era un dramma”.
Le Macchiole è cresciuta, 22 ettari, 150 mila bottiglie esportate in 60 Paesi (Giappone in testa, in Italia rimane solo il 25% del vino prodotto). Accanto al Paleo svetta il Messorio, Merlot
in purezza. Scelte anticonformiste: invece di assemblare vitigni internazionali, come si fa a Bolgheri, Cinzia ha puntato sui vini monovarietali, quelli da un solo vitigno. “Un modo per raccontare anno dopo anno il territorio in maniera più netta. Ho scelto la strada del biologico, anche pensando alla malattia che mi ha portato via il marito. Stiamo provando anche la biodinamica, un modo sempre più naturale di fare il vino. Ho messo insieme una squadra di dieci persone che, dopo la vendemmia, sceglie chicco per chicco cosa deve diventare vino. In cantina, con Luca Rettondini, gli interventi sono minimi per non alterare la personalità dei vini. Il Paleo è diventato un vino complesso ma facile da capire, il Cabernet Franc qui si esprime al meglio, con velluto ed eleganza”. Vini super premiati quelli delle Macchiole Eppure rimasti vicini allo spirito anticonformista degli inizi. Con una eco del romanzo di Biamonti: “Io bevo solo vino, vino del posto. Era aspro con un fondo mandorlato, evocava i mandorli sparsi sulle terrazze”.

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