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Corriere Della Sera

Il guardiano del Faro (doc) ... “La posta mi recapita la lettera di Salvatore Geraci, architetto e vignaiolo in Messina, cui avevo chiesto del suo vino, Palari, e della collocazione della sua vigna, e memoro “Ideal Place” - recensione borghesiana del libro “Mental maps” di Peter Gould e Redney White - in Times Literary Supplement”, 14 giugno 1974”. Lo stile è quello, inconfondibile per chiunque si sia avvicinato al vino italiano, di Luigi Veronelli. La recensione è del 26 gennaio 1992. Ventun anni dopo, la posta consegna, stavolta al Corriere, un’altra lettera di Geraci. Un racconto e un bilancio del Guardiano del Faro. “Sono un architetto con la passionaccia della cucina e dei vini - scrive Geraci con una stilografica dall’inchiostro blu, su una carta piena di raggi solari - sin da giovane (quando la Sicilia era molto lontana dal mondo della gastronomia e dell’enologia) sono stato molto vicino all’indimenticabile Veronelli”. Anni Ottanta. Studente di architettura, Geraci gira l’Italia con la sua Dyane 6 per conoscere i grandi della cucina, come Franco Colombani del Sole di Maleo; e del vino, come Gianfranco Soldera di Case Basse, a Montalcino. Fino a quando, con la sua tessera numero 2 dell’Associazione dei sommelier siciliani (la prima era dell’uomo dei vini del ristorante Charleston di Palermo), incrocia Veronelli che lo ospita nella sua villa a Bergamo Alta.
“Nel 1990 - racconta Geraci - Veronelli visita le mie vecchie vigne che definisce eroiche, e mi “costringe” a salvare la vecchia doc Faro”. L’unica doc messinese, nata nel 1976, tra le più piccole d’Italia, da Punta Faro al Monte Poverello, stava infatti sparendo. Era prodotto già nell’età del bronzo, 3.400 anni fa, il boom arrivò alla fine dell’Ottocento con 40 mila ettari di vigne. Ma 30 anni fa la doc stava per essere cancellata per assenza di produttori. Geraci, dopo la spinta di Veronelli, comincia a lavorare con un giovane enologo che gli sta ancora a fianco, il professor Donato Lanati. Le vigne ad alberello dell’azienda che si chiama Palari crescono sul terreno sabbioso, fino a 600 metri d’altitudine, con pendenze estreme (fino al 70 per cento) e il mare a un chilometro che porta i venti dello Stretto di Messina. Sette ettari ereditati dalla famiglia, piante di 80 anni che producono poco, 300 grammi di uva l’una. Dopo la laurea, l’architetto Geraci si fa tentare dalla carriera politica, con i liberali del Pli, diventa assessore provinciale alla Cultura. Ma il suo mondo è il vino. Scrive su spettacolari (e colte) riviste, come Ex Vinis. Fa parte di sodalizi alti, come l’Académie du Vin. E diventa vignaiolo. “Avevo a disposizione Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera, i vitigni autoctoni tipici del Nord-Est della Sicilia, come nella doc dell’Etna. L’idea era di fare sulla terra sabbiosa il vino che arriva dalla lava”. Il primo risultato è stato il Palari Faro. Un rosso asciutto e imponente, speziato e morbido. Le prime bottiglie sono del 1990, ma solo alcuni anni dopo è stato messo in commercio, dopo 18 mesi di affinamento in barriques nuove e 3 anni in bottiglia Assomiglia a un grande Châteauneuf-du-Pape, declamò sorpreso qualche critico degustandolo per la prima volta. Il secondo vino è stato il Rosso del Soprano, un “second vin” che matura 12 mesi in barriques di un anno e resta poi due anni in bottiglia. “Stesse vigne, come mi consigliò Veronelli”. Ultimo nato è il Santa.Nè, “un uvaggio quasi vernacolare, che in dialetto si chiama a francisa. Così si chiamavano i vitigni francesi piantati nell’isola alla fine dell’Ottocento. Qualcosa si è salvato, tra fichi d’india, pensiamo si tratti di Petit Verdot con una trasformazione genetica: trascorre due anni in barriques e 3 in bottiglia”, racconta Geraci. Cosa è cambiato dagli anni Novanta? “Ora è la doc Faro è salva”, rassicura Geraci, che nel frattempo continua a lavorare come architetto, dedicandosi al restauro di palazzi. I produttori sono 15, con pochi ettari: tutti hanno scelto di non estirpare gli antichi vitigni locali e di non puntare sui più facili vitigni internazionali. Alcuni si sono fatti strada, come Giovanni Scarfone di Bonavita, con il suo Faro delicato, e Enza La Fauci con il suo sapido Oblì. “Qualcuno dà una botta di Nero d’Avola - polemizza Geraci - nell’uvaggio del Faro (il disciplinare permette l’aggiunta di Nero, Sangiovese o Gaglioppo fino al 15%). Il vino risulta più rotondo, ma è come se avesse la cellulite. Io continuo a fare i miei vini come sempre, prima imbottigliavo con la cannuccia, ora con una macchina, ma le vigne sono quelle antiche, e basta. Mi piacciono i vini imperfetti”. La lettera del Guardiano del Faro è finita. Non resta che, come scrive lui, “lasciare che i venti dello Stretto di Messina, ricchi di iodio, facciano il loro effetto benefico sulle vigne”.

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