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Corriere Della Sera

“Colpa dei vitigni”, “No, dei boschi” La guerra del Prosecco dopo la tragedia ... La strage in Veneto Processo alle coltivazioni. I produttori: i terrazzamenti drenano, non distruggono... Fra le dolci colline di Refrontolo, dove si piangono i morti del nubifragio sotto un sole caldo e beffardo, gli agricoltori del Prosecco sono furenti: “Non li abbiamo uccisi noi”. Nel senso che la colpa del disastro non è da ricercare nei loro terreni messi a vitigno, imputati di essere fragili e franosi: “No, i terrazzamenti tengono e drenano se sono fatti bene e da noi sono fatti bene”. Sul banco degli imputati è infatti finito subito il Prosecco, secondo questa ipotesi: la terra rubata al bosco non assorbe l’acqua piovana che così scende tutta a valle e i torrenti esondano e devastano.
Nel caso del Molinetto della Croda, uno degli angoli più incantevoli della Marca trevigiana dove accanto al vecchio mulino rumoreggia la cascata del Lierza, l’acqua si e portata via un intero capannone con 90 uomini, dei quali quattro non ce l’hanno fatta, mentre gli altri si sono salvati salendo sugli alberi, sui pali, su tutto ciò che stava sopra i tre metri d’acqua che hanno di colpo invaso la piana del Molinetto. Quella dei viticoltori è quasi una difesa preventiva. Dopo aver aperto un’inchiesta per omicidio plurimo e disastro ambientale colposo, il pm di Treviso, Laura Reale, l’ha infatti detto chiaro: “Sto disponendo degli accertamenti affidandoli a ingegneri e geologi per capire le cause del disastro; soprattutto verifiche di carattere idrogeologico, sullo stato dei luoghi prima del nubifragio e sulla manutenzione degli stessi”. E dunque il sospetto è quello: il castigo dei filari. Anche perché nell’ultimo anno la Guardia Forestale della Marca ha depositato quattro denunce per “trasformazione abusiva di terreno boscato in altra coltura” riguardanti l’area del Pro- secco che, con la conquista dei mercati mondiali, è diventato l’“oro bianco” della Marca: 220 milioni di euro di giro d’affari registrato nel 2013 (stima Ismea). “Dopo questo disastro andremo a rivedere un po’ tutto quello che riguarda le colline”, ha anticipato ieri il procuratore di Treviso, Michele Dalla Costa. Ma sul banco degli imputati non c’è solo il Prosecco. I carabinieri vogliono capire se la festa dei novanta uomini era stata autorizzata e se sono state ti- spettate tutte le norme di sicurezza. “Gli uffici tecnici ci dovranno dire se quel capannone è stato messo in piedi a regola d’arte perché pare che sia imploso su se stesso”, ha precisato Giancarlo Carraro, comandante dei carabinieri di Vittorio Veneto. E però la discussione sul vino ad animare Refrontolo. Fra i più accesi sostenitori dei vigneti c’è senza dubbio il governatore del Veneto, Luca Zaia, già ministro dell’Agricoltura, trevigiano e prosecchista doc. Ieri si è messo alla guida di un fuoristrada del Genio stanno le cose, risalendo il corso del Lierza. “Vedi, questo è bosco, acacie, querce, olmi, avranno 50 60 anni. Dove sono i vitigni? Dov’è la cementificazione? Non c’è. Qui il problema è semmai l’avanzamento del bosco”. “Guarda lì, colline moreniche, il canyon, l’acqua scava da secoli. La verità che cinquant’anni fa c’erano molti più vitigni di oggi. E che la tragedia è stata colpa di un nubifragio eccezionale, 60-80 millimetri d’acqua per metro quadro in brevissimo tempo, con un torrente che si stringe a imbuto e che cade giù a cascata”. Un grande esperto come Tiziano Tempesta, docente di Economia del territorio all’Università di Padova e attento osservatore di queste colline, gli dà in parte ragione: “Effettivamente negli ultimi 40 anni, dal 1970 al 2010, c’è stato un enorme abbandono del terreno coltivato a favore del bosco. La superficie agricola nei 21 comuni del Prosecco, fra Conegliano e Valdobbiadene, si è ridotta del 30%, la boscosità è del 42%, i vigneti non superano il 30%”. Ma c’è un ma: “Spesso dove l’uomo ha messo le mani ha causato un dissesto idrogeologico. I nuovi metodi di coltivazione portano ad arrotondare colline, a modificare l’assetto dei vigneti, a eliminare le particelle storiche. Rendono tutto molto più efficiente e produttivo ma la struttura idraulica complessiva ne risente”. Dopo aver incrociato decine di piccole frane arriviamo in cima alla collina dove c’è un viticoltore che vorrebbe strangolare il professore. È Alberto Resera, capelli bianchi e piglio deciso: “Bisogna finirla con questa storia, i terrazzamenti migliorano il terreno, aiutano lo scolo, convogliano le acque. Non roviniamo nulla noi. Sono i boschi che franano”. Arriva anche Guido Gallon, suo collega, che fa sì con la testa. L’eurodeputato ambientalista Andrea Zanoni, che presenterà un esposto documentato, non sopporta la categoria: “Impiantano, sbancano, smottano e devastano”.

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