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Corriere Della Sera

Il Trionfo delle bolle … L’ascesa del Prosecco superiore dalla conquista dei mercati al traguardo finale: l’Unesco... Torna Vino in Villa, rassegna per scoprire il Conegliano Valdobbiadene e anche il suo territorio. Così, se “l’oro frizzante” ha (lentamente) sedotto il mondo, la sua zona d’origine lavora per diventare Patrimonio dell’Umanità... Le ha contate: 116 erbe diverse nella collina d’oro del Cartizze, la terra più contesa del Prosecco Superiore. Le ha raccolte. E ora sta per dare alle stampe un erbaio d’altri tempi, con Antiga, la tipografia a due passi dalle vigne che stampa il Calendario Pirelli e lavora con Ferrari e Chanel. Per Paolo Bisol, figlio di Giustino, uno dei patriarchi del Prosecco, l’erbario è un gesto d’amore. Ma è anche un piccolo lusso (culturale) che non avrebbe potuto permettersi senza la marcia trionfale delle bollicine. Il Prosecco in pochi decenni ha trasformato un malandato mondo contadino in una locomotiva economica con un fatturato così lievitante da far invidia a quello del Nordest dei capannoni. Al punto che i convegni, come quello per presentare l’ultimo rapporto del Consorzio del Prosecco Superiore, hanno titoli intrisi d’ottimismo: “Il successo internazionale”. Un percorso di andata e ritorno: dalla conquista dei mercati fino all’ultimo traguardo, la candidatura a Patrimonio dell’Unesco, perché queste colline non sono solo vino, ma anche storia e arte. E vita verde, come quella delle 116 erbe. Novanta milioni di bottiglie nel 2016 (con un aumento quasi del 4% sul 2015). “Il 40% esportato in 100 Paesi, un valore raddoppiato dal 2003 ad oggi, con una crescita del prezzo medio specie nella fascia super premium e delle selezioni”, elenca Innocente Nardi, presidente del Consorzio. “Baby boomers e millenials negli Stati Uniti sono i protagonisti del 60% degli acquisti”, fa i conti Vasco Boatto, il direttore del Centro studi del Distretto. “Sono consumatori curiosi, cercano genuinità, tipicità e la storia che sta dietro a ciò che bevono”, sintetizza Alan Tardi, giornalista - ambasciatore del Prosecco Superiore negli Usa. Come si è arrivati a questo successo? Partendo da lontano, almeno dal Cinquecento, quando il vescovo Venanzio, poi santificato, parlava della sua Valdobbiadene come del paese in cui fiorisce la vite. Poi, come in molte altre zone d’Italia, alla fine dell’Ottocento, l’arrivo della fillossera sterminò i vigneti. E le bombe austro - ungariche e italiane della Prima guerra mondiale completarono la distruzione. Il Prosecco resiste. Nella Storia della vite e del vino in Italia di Marescalchi e Dalmasso, nel 1931 il vino viene descritto come “realmente superiore, con profumo marcato, molto serbevole”. Ma la zona di Conegliano e Valdobbiadene, “forse la migliore in Italia che possa dare vini dal giusto tenore alcolico”, non decolla. Fino agli Cinquanta il lavoro si cerca in Svizzera o in Belgio, emigrando. “Tranne Carpenè Malvolti - ricorda Bisol - tutte le aziende, comprese la nostra Ruggeri, vendevano conto terzi. Non si viveva di solo Prosecco, papà faceva due lavori, mamma la maestra”. Con il boom economico, qualcuno si concede un bicchiere di spumante al bar, le bottiglie arrivavano in tavola soprattutto a Natale, i dibattiti sono concentrati su come “destagionalizzare le vendite”. Negli anni 80 partono le esportazioni verso i Paesi di lingua tedesca ed esplode al Nord la moda del Cartizze. Nel 2009 la svolta con la legge che crea il Mondo Prosecco, al vertice la Docg di Conegliano e Valdobbiadene (e anche di Asolo) alla base la zona allargata di 9 province Doc, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia. “Una spinta importante, il Prosecco ha la massa critica per il mondo — dice Bisol — a quel punto è il vino giusto al momento giusto. Quelli che sembrano punti di svantaggio, leggerezza e il ridotto grado alcolico, diventano punti di forza. Perché lo stile di vita e il gusto sono cambiati”. Il vino che non stordisce, con i suoi profumi di fiori bianchi, piacevole e non altezzoso come altre bollicine, diventa uno dei simboli della dolce vita italiana. E supera, tra Docg e Doc, il mezzo miliardo di bottiglie. Arrivano gli investitori: passano di mano aziende storiche come Mionetto e la stessa Ruggeri, ceduta ai tedeschi di Rotkäppchen, il gruppo del Cappuccetto rosso da 250 milioni di bottiglie. “Ma io resto in cantina, continuerò a cercare le uve migliori sulle colline, è la mia vita”, dice Bisol, guardando il suo erbario, nella terra delle 430 specie vegetali e dei 660 ecotipi che vuole diventare Patrimonio dell’Umanità.

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