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Corriere Della Sera

Churchill e l’enigma del Sangiovese. Le quindici sfumature rosse (e bianche) … Dal Chianti Classico al Brunello. Un viaggio nel tempo con le bottiglie di 35 anni... Se il Sangiovese fosse un leader politico sarebbe Winston Churchill. Quello di Antony McCarten (“L’ora più buia”, Mondadori, che ha ispirato il film): “Un enigma, una congerie di volti inconciliabili: uno showman, un esibizionista, uno sbruffone, un poeta, un giornalista, uno storico, un avventuriero, un malinconico… a chi gli chiedeva come facesse a bere di buon mattino, rispondeva semplicemente: “Esercizio””. Anche l’enigma Sangiovese prende forma negli opposti. Per indagarne i misteri, Davide Bonucci, dell’Enoclub senese, ha organizzato un viaggio in 15 bottiglie, dall’annata 1983 alla 2007, nell’evento Sangiovese Purosangue, a Roma. “Fino al 2004 - spiega Bonucci - nel Chianti potevano finire anche uve bianche, le vigne erano talvolta miste: Sangiovese, Cannaiolo, Ciliegiolo, Pugnitello, ma anche Trebbiano e Malvasia. Il Castello di Volpaia Riserva 1983 è un esempio di quel periodo, profumi di tabacco e riflessi stanchi. Il Brunello di Montalcino Nardi del 1988, Sangiovese in purezza, come impone la legge, ha invece ancora nerbo ed energia. “Mio nonno Silvio - racconta Emanuele Nardi - iniziò nel 1954 con 22 bottiglie. Lo chiamavano il forestiero, fu il primo industriale (macchine agricole) a investire sul vino di Montalcino. Entrò nel club degli storici produttori, a forza di cene dai Biondi Santi e alla Fattoria dei Barbi”.
Il Chianti Rufina Selvapiana 1993 è setoso e agile: le bottiglie degli anni Quaranta, assicura Bonucci, sono ancora bevibili. È profondo il Brunello Le Chiuse 1995. Il motivo: viene dalla vigne che Tancredi e Franco Biondi Santi usavano per il famoso “Brunello per le Riserve”. “Abbiamo cercato di mantenere quello stile classico”, spiega il pronipote Lorenzo Magnelli. Il Chianti di Fattoria di Fiano 1995, con uve bianche, sembra parlare con la voce del produttore Ugo Bing, racconta Bonucci: “Diceva: c’era un po’ di tutto, si faceva più o meno, per esperienza”. È il racconto, un po’ ruvido, di un’epoca. La Riserva 1997 del Brunello Fattoi (azienda acquistata nel 1964 da un ex operaio di Villa Banfi) è come un vecchio amico che si ritrova dopo tempo: cambiato, ma è sempre lui. Il Sangiovese più sorprendente tra i 15 è stato il Casale Rosso dei Colli da Certaldo (Firenze). È del 1986 ma riposa, dopo 31 anni, ancora in botte. È biodinamico. Antonio Giglioli lo volle così dopo essersi ammalato e curato con l’omeopatia. “La moda del bio non c’entra - spiega Giacomo Lippi - qui si fa vino dal 1700, da quando l’ex proprietario perse la cantina per un debito di gioco”. Un Sangiovese dalla forza inattesa, ancora fruttato. Le altre bottiglie: il Chianti Montespertoli Podere dell’Anselmo Ingannamatti 1997 (austero, intenso) e il Brunello Col d’Orcia 1998 all’altezza della sua storia. Poi il Chianti Classico Vaggiolata Monterotondo 2004 (fresco e deciso): “Faccio tutto da solo, senza enologo e senza agronomo, i cambiamenti climatici mi hanno aiutato”, rivela Saverio Basagni, a capo di una piccola azienda che vive anche grazie all’agriturismo. E infine il Rosso di Montalcino San Lorenzo 2004, una struttura possente che necessita di tempo per esprimersi; il Poggio Tura Vigne dei Boschi 2005, Sangiovese di Brisighella, sull’Appennino romagnolo, che ha corpo ed equilibrio; il Chianti Classico Villa del Cigliano 2005 (manca di forza); il Brunello Querce Bettina 2006, che si rivela nel tempo e quello di Fattoria dei Barbi, il Vigna del Fiore 2007, cru storico, gentile e con un guizzo finale che colpisce. “Indica la nuova via da seguire nel Chianti Classico e a Montalcino, i vini da singola vigna”, conclude Bonucci sul Sangiovese, un enigma con più volti, come Churchill.

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