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Corriere Della Sera

Iniesta emigra in Cina e si porta dietro il vino dedicato ai suoi gol … Dopo il Barcellona, il centrocampista fa affari in Asia... Col suo metro e settanta e quell’eterna aria da ginnasiale verrebbe da scegliere l’immagine classica del vino buono nella botte piccola, se non fosse che Andrés Iniesta è stato molto più di un buon vino. E lo sarà ancora, anche adesso che - proprio per il vino, il suo - ha detto adiós al Barcellona per andare in Cina. A giocare a pallone, ma anche a promuovere l’export della cantina di famiglia di Fuentealbilla: un accordo commerciale da due milioni di bottiglie l’anno sono una buonissima ragione per accettare di chiudere una carriera maestosa in un campionato troppo modesto per uno come lui. Perché un altro centrocampista del suo talento “tarderà ad arrivare”, per dirla alla Brera, uno che di bottiglie e di pallone ne capiva a tal punto da riuscire a convincerti che fra bottiglie e pallone esistesse davvero un denominatore comune. “Non voglio ingannare nessuno - ha ammesso ieri fra le lacrime l’Illusionista perché sto per compiere 34 anni e ho dato tutto per il Bara, credo sia arrivato il momento”. Che a fine stagione avrebbe lasciato la squadra in cui era arrivato a dodici anni non è una notizia, nel senso che lo sapevamo tutti da un pezzo, lui per primo, troppo intelligente per non rendersi conto che a quell’età il meglio era alle spalle come uno dei tanti avversari scansati in 22 magnifiche stagioni di calcio, tutte nello stesso club “che è più di un club”, come dicono fieri i tifosi culé. Ieri è arrivata la motivazione pubblica, una confessione tanto dura quanto lucida, semplice ma esatta come il suo fútbol: “Me ne vado perché da qui in poi non potrei più dare il massimo, e se succedesse ne soffrirei troppo”. Smette infatti col Barcellona, non col calcio. Il suo trasferimento è previsto per agosto, al termine del Mondiale russo. Dopo otto campionati spagnoli e col nono ormai a un passo, quattro Champions League e tre Coppe del mondo per club, dopo il Mondiale 2010 e gli Europei 2008 e 2012 vinti con la Spagna, la prossima squadra di Don Andrés sarà con ogni probabilità il Lifan di Chongqing, città di sette milioni di abitanti nella parte centromeridionale del Paese. È qui che c’entra il vino. Quello che la sua famiglia produce in una tenuta chiamata Bodega Iniesta che Andrés ha comprato al padre - una cantina di proprietà era il sogno della vita del senor José Antonio - e dalla quale d’ora in poi partiranno almeno due milioni di bottiglie l’anno proprio verso la Cina: un gigantesco accordo commerciale che sarebbe proprio alla base della decisione di accettare l’offerta di una squadra attualmente solo sesta nella Super League cinese. Calcio e vino, un modo insomma per continuare a portare avanti le due passioni di una vita senza rinunciare all’una o all’altra, come invece hanno fatto altri suoi colleghi che alle vigne si sono dati solo a carriera chiusa, su tutti Andrea Pirlo (Montenetto Igp a Capriano, Brescia) o l’ex allenatore Alberto Malesani (Valpolicella, Amarone e Recioto a Trezzolano, Verona). Anche lo juventino Andrea Barzagli, che pure è ancora in attività, è un grande appassionato: è socio di un’azienda agricola in provincia di Messina che produce il Faro Casematte, aggiudicatosi tre volte i 3 bicchieri del Gambero rosso. Il tecnico dell’Inter, Luciano Spalletti, produce a Montaione vicino a Firenze un Toscana Igt dal nome evocativo, Bordocampo. E il business dell’uva tira anche all’estero: il più grande di tutti, Messi, ha dato il nome a un pregiato Malbec che si chiama Leo e serve a finanziare la sua fondazione. Il prodotto di punta di Iniesta si chiama invece Minuto 116, ispirato all’attimo in cui nel 2010 segnò il gol vittoria all’Olanda della finale mondiale. In fondo, è vero che calcio e vino qualche affinità la possono avere. Specie nel marketing.

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