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Corriereconomia

“All’estero siamo (quasi) di casa” ... Macchiole, l’80% oltrefrontiera ... Centocinquantamila bottiglie di vino prodotte all’anno. Centocinquantamila vendute. Sono i numeri dell’azienda vinicola “Le Macchiole”, una piccola realtà no- strana celebre all’estero più e prima che in Italia. D’altronde la massima “nemo propheta in patria” potrebbe calzare bene anche per questi vini che Cinzia Merli, proprietaria e guida dell’azienda, considera come suoi figli.
Siamo a Bolgheri, nel cuore della Maremma
livornese a pochi
chilometri dal mare. Nella sua piana, famosa per i cipressi altri e schietti cantati da Carducci in “Davanti San Guido” e per vitigni di eccellente qualità, si estendono i 22 ettari delle Macchiole: Merlot, Syrah, Cabernet Franc. Viti basse su cui si applicano i principi dell’agricoltura biologica. “Fin dall’inizio il nostro obiettivo - afferma Cinzia Merli - è stato di realizzare vini che raccontassero il territorio, e che al tempo stesso fossero raffinati ed eleganti. Volevamo fare un prodotto di nicchia, volutamente di nicchia”. E se erano queste le premesse, l’obiettivo può dirsi centrato: a distanza di poco più di vent’anni, da quando l’avventura è cominciata, i cinque vini realizzati dall’azienda si sono posizionati tra i prodotti di fascia alta. E apprezzata: basti pensare ai 100 punti (il massimo previsto) che la rivista americana Wine Spectator ha conferito al vino Messorio, fiore all’occhiello dell’azienda. Un riconoscimento che arriva da un autorevole magazine del settore, straniero come i primi importanti acquirenti.
Se le prime bottiglie vendute all’estero sono state frutto di un caso - una singola bottiglia “emigrata” in Svizzera, come dono ad amici di amici, ha aperto le porte della Confederazione Elvetica rendendolo il primo dei 33 paesi importatori - sono state le fiere di settore a far arrivare, agli inizi degli anni Novanta, i vini Le Macchiole fino in Giappone. Molto più semplice di quanto sia stato farli uscire dai confini regionali della Toscana: “Abbiamo dovuto aspettare la fine degli anni Novanta e i primi riconoscimenti ufficiali di qualità”, afferma Cinzia Merli con una punta di disincanto. Ma anche con tanto orgoglio per riuscire a mantenere le stesse vendite di sempre. “Non è diminuita la richiesta - aggiunge -. È diminuita la disponibilità economica degli acquirenti. Ma solo in Italia, non all’estero dove esportiamo il 70 per cento dei nostri prodotti”.

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