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Corriereconomia

Alimentare. Pasta, vino, e fantasia: così sfonda il cibo made in Italy ... Nel 2012 esportazioni a quota 27 miliardi (+ 18%) Ma falsi e barriere all’ingresso frenano l’espansione ... Il lusso made in Italy? Moda, calzature, ma anche gli spaghetti cli grano duro e il Verdicchio. Sono questi i campioni del “luxury food” italiano, che vende sempre cli più all’estero. Se nel 2011 le esportazioni del settore agroalimentare ammontavano a 23 miliardi cli euro su 127 miliardi complessi i cli fatturato, Federalimentare stima per il 2012 un giro d’affari di circa 130 miliardi, cli cui 27 miliardi generati dalle esportazioni. All’interno di questo 18% di aumento medio, ci sono prodotti come pasta e vino che arrivano a circa il 50 per cento. Il trend non sta cambiando: nei primi sei mesi del 2012, i due prodotti di punta sono cresciuti entrambi del 7% a livello mondiale. “Se l’export dell’agroalimentare italiano batte record su record - sottolinea Alessandro Regoli, direttore dell’agenzia Winenews gran parte del merito va al vino e ai suoi record personali, come i 4,5 miliardi di euro che per la prima volta dovrebbe toccare quest’anno. Siamo di fronte a un nuovo Rinascimento dell’Italia del vino”. Lo dimostrano le tante aziende che oltre confine hanno trovato la via della salvezza. Emblematico il caso della cantina marchigiana Umani Ronchi, che concentrando i suoi sforzi in mercati importanti come Gran Bretagna, Germania, Scandinavia, Giappone, Canada e Usa, arriva a esportare fino al 75% della produzione. Dall’abbacchio romano allo zampone di Modena, con 244 denominazioni cli origine, l’Italia detiene il record assoluto. Nonostante I’export sia ancora limitato tra il 10% e il 12%, anche gli altri Dop e Igp crescono fuori dai confini. Un esempio è il caso del gruppo Parmacotto, che punta sempre cli più su una strategia di internazionalizzazione, realizzata anche al- traverso mi piano di sviluppo dei monomarca (ha due punti vendita a New York e uno a Parigi). Il fatturato di gruppo, che nel 2012 è previsto salire del 4-5% dai 168 milioni del 2011, sarà costituito per circa Il 20% dall’estero, che l’anno scorso rappresentava il 16 per cento. “La marginalità in Italia si sta riducendo sempre più, il settore è ormai ipercompetivivo, mentre all’estero ci sono buone prospettive di crescita - dice il presidente Marco Rosi -. Il mercato statunitense rappresenta per noi uno dei principali target”. Negli ultimi tre anni Parmacotto ha registrato negli Usa una crescita superiore al 30% anno su anno. “Ma in un momento in cui tutti siamo a caccia dell’export, ci sono vincoli sanitari che ci impediscono di andare in alcuni mercati spiega Rosi -. in Cina, per esempio, i salumi per entrare devono passare da importatori di Hong Kong. Le richieste da parte delle autorità cinesi cambiano in continuazione. Ci auguriamo che i nostri ministri risolvano la situazione per arrivare a un accordo”. Un’altra azienda che sta sviluppando l’export è la Fratelli Bercita, che ha il 25% del fatturato proveniente dall’esportazioni (ben 143 milioni) e che si sta internazionalizzando in quei Paesi dove le barriere sanitarie non consentono l’importazione dei nostri salumi. Già, perché in alcuni casi i prodotti dell’eccellenza italiana devono fare i conti con barriere all’ingresso issate secondo principi fitosanitari. “La Cina - spiega il presidente di Federalimentare Filippo Ferrua - ha imposto divieti molto rigidi a causa della peste su- ma che ancora colpisce occasionalmente in Sardegna e in Calabria. Alcuni Paesi, poi, come barriere commerciali usano le tariffe: l’India, per esempio, impone dazi del 35 per cento”. Altro problema del made in Italy sono le imitazioni e le contraffazioni. Se il giro d’affari mondiale del “falso” è stimato in circa 60 miliardi di euro. Sei miliardi sono il frutto di autentica contraffazione (copia di brevetti, marchi, packaging, ragione socia le) e 54 miliardi provengono invece dal commercio di prodotti “italian sounding”, fabbricati legalmente in Paesi esteri, ma che richiamano nel nome o nell’etichetta i prodotti italiani. Nonostante i problemi, il made in Italy crescerà quest’anno dell’8% e mette molte aziende al riparo dal calo dei consumi del settore alimentare.

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