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PIONIERI

“Dieci anni dopo Giacomo Tachis” con i vini che, grazie alla sua visione, hanno cambiato l’Italia

Omaggio all’“artefice tecnico del rinascimento enologico tricolore” con “Somm is the Future”, Assolenologi e cantine italiane-icona a Vinitaly 2026

Una figura chiave e rivoluzionaria nella produzione del vino italiano, grazie ad una visione capace di interpretarlo in chiave moderna, valorizzando tanto i vitigni internazionali quanto quelli autoctoni, i loro territori e, soprattutto, le persone che li plasmano. Questo era, e questa è, l’eredità di Giacomo Tachis, il più grande enologo italiano e tra i più grandi al mondo, tra i “padri” del rinascimento enologico del Belpaese, celebrato, a 10 anni dalla scomparsa, nei giorni di Vinitaly 2026, a Veronafiere, a Verona, in una masterclass di “Somm is the Future” e Assoenologi, con vini di territori ed identità diverse, ma tra i più rappresentativi nati da quella illuminata visione. Otto etichette intuite e poi create dal grande maestro piemontese, presentate attraverso la voce degli enologi, che ne hanno raccontato la genesi e la visione produttiva, associandole ai ricordi più emozionanti che li lega a Tachis, quella dei sommelier di “Somm is the Future”, progetto culturale nato nel 2025, per valorizzare la sommellerie mondiale e creare ponti tra professionisti di realtà e associazioni diverse, fondato da Paolo Porfidio che ha guidato la masterclass, con Paolo Brogioni, direttore Assoenologi - che ne hanno interpretato i profili sensoriali, e dei produttori, ovviamente, per i quali questi sono i vini-simbolo della relazione con Tachis e che offrono una testimonianza concreta dell’impronta che ha lasciato nei diversi contesti produttivi: Umani Ronchi con il Pelago, Tenuta San Leonardo con il San Leonardo, Donnafugata con il Mille e una Notte, Argiolas con il Turriga, Tenuta San Guido con il Sassicaia, Casale Falchini con il Campora, Feudi del Pisciotto con il Dedicato a Tachis e Ilaria Tachis con il Giacomo.
E, proprio Ilaria Tachis, figlia di Giacomo Tachis, è stata la presenza d’eccezione di questo omaggio, che ha visto affiorare una quantità di ricordi davvero notevole dai pensieri di tutti i produttori ed enologi chiamati ad intervenire a commento dei loro vini, e che, emozionata ed emozionante, ha ricordato la definizione che WineNews diede a suo padre descrivendolo come “l’artefice tecnico del rinascimento enologico tricolore” (affidando alla nostra testata l’annuncio al mondo della sua scomparsa, ed “ai suoi cari e grandi amici, i fondatori Alessandro Regoli ed Irene Chiari”). “Babbo non è mai stato interessato a collezionare bottiglie. Nella sua cantina - ha ricordato - campioni ed etichette raffinate si mescolavano insieme a bottiglie di essenze e distillati che adorava collezionare”. Un “disordine indomito” che, invece, non c’era tra i sui libri e le sue scritture, tutti organizzati con precisione. Scritti nei quali, il filo conduttore del vino era la cultura: l’aspetto commerciale veniva dopo. Lavorando in Toscana “si era inebriato di Umanesimo ed affascinato dalla storia, dalla natura - ha continuato Ilaria Tachis - da straordinari territori e persone. Nel tempo aveva affinato le sue intuizioni. Poi era curioso, studiava e approfondiva tutto con zelo”.
E la masterclass è stata un viaggio nella grande cultura enologica e nei territori che Giacomo Tachis ha scoperto per primo e per scoprire le cose per primi ci vuole genialità, che al celebre enologo di certo non mancava. Ma quelli che ha scoperto Tachis, sono luoghi non banali, di profonda storia e tradizioni, che il vino aveva il compito di raccontare, secondo la sua concezione, a prescindere dal vitigno di cui era fatto. “Babbo diceva sempre che il Cabernet Franc e Sauvignon erano capaci di cogliere l’essenza della campagna bolgherese, che il vino rosso Turriga raccontava la forza della Sardegna e i vini della Sicilia erano testimoni della sua cultura”, ha raccontato Ilaria Tachis. Secondo la quale suo padre era un uomo di territorio, non di vitigno, e che assecondava l’affinità di spirito che trovava con le persone con ci lavorava: “era di famiglia semplice, cresciuto in un piccolo paese del Piemonte dalla mentalità provinciale. Voleva fare il violinista, poi il macellaio, ma fu mandato dalla madre a fare enologia ad Alba. Finiti gli studi andò controcorrente scendendo verso Sud: arrivò in Toscana, un mondo nuovo, dove creò prima il Sassicaia e poi il Tignanello. Babbo era un uomo gentile e dal carattere difficile. Ma era generoso, anche con chi non lo poteva pagare: era aperto verso tutti, grandi signori e persone umili. E questo è il più grande insegnamento che mi ha lasciato”, ha concluso Ilaria Tachis, dando inizio alla degustazione e al racconto dei vini e dei suoi produttori, negli assaggi WineNews.

Umani Ronchi, Marche Rosso Pelago 2018
È Michele Bernetti a introdurre il vino che ideò Giacomo Tachis, il quale lavorò con Umani Ronchi fino al 2001, innalzando la cultura enologica di tutta la regione, nonostante fosse inizialmente scettico all’idea di lavorare nelle Marche: “fu, però, convinto da mio padre Massimo di fronte ad un piatto di pesce consumato davanti al mare del Conero”. Il produttore ricorda che suo padre voleva fare un taglio bordolese marchigiano: aveva anche piantato Cabernet Sauvignon e Merlot in un vigneto sperimentale, ma nel 1994 era tutto bloccato perché la Regione non si decideva a sbloccarne l’uso in vinificazione. Durante una sessione di assemblaggio Tachis ha un’intuizione e dentro ad un bicchiere unisce una selezione di Montepulciano ai due vitigni internazionali: è così che nasce il Pelago (da Pelagos, mare aperto - oceano - luce - sole), che si presenta nel 1997, vincendo anche all’“International Wine Challange”. Una sorpresa inaspettata - per una regione famosa al tempo solo per i suoi bianchi - come raccontammo, all’epoca su WineNews - che contribuisce, così, al successo del vino, dell’azienda e del territorio
Secondo il sommelier Mauro Ippoliti: “il vino è l’unità di misura del racconto di un’intuizione, di un’azienda e di un uvaggio. E questo in particolare è una bandiera di orgoglio per le Marche. Ha il corpo del Montepulciano, il velluto del Merlot, la finezza del Cabernet Sauvignon. Equilibrio perfetto tra frutto e vegetale, salmastro e speziato in bocca, con l’artemisia che fa salivare in centro bocca”.

Tenuta San Leonardo, Vigneti delle Dolomiti Rosso San Leonardo 2011
Anselmo Guerrieri Gonzaga racconta che Giacomo Tachis arrivò nel 1985 per intercessione del Marchese Piero Antinori, perché avevano bisogno di un consulto sul loro taglio bordolese San Leonardo che stavano creando. “Ricordo che Piero Antinori pagò la consulenza per noi perché considerava quel periodo storico importante per costruire il vino italiano di qualità: quindi bisognava fare squadra e aiutarsi a vicenda. Il vino nacque nel 1982 come uvaggio al 60% di Cabernet Sauvignon, 30% Carménère e 10% Merlot: Tachis non lo cambiò - ha ricordato Anselmo Guerrieri Gonzaga - migliorandolo, però, seguendo il suo intuito ed esperienza. Aggiungo una sua peculiarità che mi rimase impressa ed è la sua passione per il miele, di cui andava ghiotto. Amava quello di San Leonardo e io da ragazzo, spesso in viaggio per Roma per raggiungere gli amici, mi fermavo a portargliene. Lui, anche se ero molto giovane, mi chiamava Marchese, creandomi grandissimo imbarazzo. Ma era un suo segno di rispetto che mi ha insegnato a non fermarmi alle apparenze. E un altro suo approccio instillò un seme che poi sviluppò tutta la mia attenzione alla natura: Tachis sosteneva, sotto il suo albero di cachi, che “mi basta un albero per non sentirmi solo”. Era un animo gentile, certo, ma non facile: aveva una fermezza che metteva a tacere anche mio padre, esperto enologo”.
Ricorda il sommelier Roberto Anesi che “quando arrivò il San Leonardo non erano nuovi i bordolesi in Trentino, ma arrivò con una filosofia nuova. La 2011 è un’annata particolare, sempre in trasformazione, porta il calore, ma anche l’energia del sole. Inizialmente più scuro, di corteccia e resina, poi si apre a confetture e agrumi. È versatile e complesso, ricco di sfaccettature. L’energia e l’equilibrio, che sviluppa al palato, danno quiete; e la grande maturità che si percepisce non è ancora al suo vertice. Il timbro di San Leonardo è evidente sia nel tannino che nei profumi. Forse non c’è la mano di Tachis, ma la sua filosofia è presente senza ombra di dubbio”.

Donnafugata, Sicilia Rosso Mille e una Notte 2012
“Tachis ha fatto tanto bene alla Sicilia ed alla Sardegna. Avevamo bisogno di know how - ha ricordato Antonio Rallo - e Diego Planeta e mio padre Giacomo Rallo lo avevano capito: chiamarono, infatti, Giacomo Tachis, il più grande maestro che c’era al tempo. Amava il sole ed il mare e, quindi, scendeva volentieri. Aiutò a reimpiantare il meglio del Nero d’Avola che avevano ed a sperimentare con gli internazionali”. Il rosso Mille e una Notte è terzo vino nato con Tachis, dopo il rosso Tancredi e lo Chardonnay Chiarandà. “Era veramente unico nella costruzione di un blend. Per il Mille e una Notte fece tre tagli, uno migliore dell’altro in sequenza - ha precisato Antonio Rallo - e li compose dettando a memoria le poche barriques su 300, da cui bisognava prendere i campioni. Ha posto le basi per lanciare l’Italia ai livelli qualitativi di oggi, diventando un riferimento anche per i nuovi enologi”. Quando nel 1995 fu pronta la prima annata, un Antonio Rallo visibilmente orgoglioso disse alla madre che avevano fatto “il vino più buono della famiglia”: lei non si scompose e in pochi giorni creò l’etichetta e il nome, l’ultima - oltretutto - fatta al 100% dalla madre di Antonio. Il blend oggi non è più identico a quello pensato da Tachis, ma resta certamente salda l’ispirazione che la creò.
Ha detto il Sommelier Marco Spini, “la mia carta è il mio diario di viaggio, attraversata dal mantra “pulizia, eleganza, finezza”. Queste etichetta è sempre rimasta con me, e significa che quei tratti non li ha mai persi. È un vino di luce e calore, ricolmo di frutta, sia in confettura che fresca, con una parte erbacea e di fiori rossi a impreziosire. Il sorso ha persistenza e generosità, ma è un vino di portamento”.

Argiolas, Isola dei Nuraghi Rosso Turriga 2011
Ha tenuto tutti i fax di Tachis, Mariano Murru, perché raccontano l’attitudine di Tachis verso la curiosità, l’attenzione e lo studio per arrivare al massimo dei risultati: prima ancora della tecnica. “Amava la Sardegna - ammette - e si fermava a sentire le essenze sarde e della sua macchia mediterranea. Quando la Sardegna ancora produceva vini da taglio ed era assente la cultura dell’affinamento, era cresciuto forte il desiderio in Antonio Argiolas e nei suoi figli Franco e Giuseppe di fare un vino che potesse sfidare il tempo”. Tachis già lavorava a Santadi quando chiamò Murru per convincerlo a seguirlo da Argiolas. Gli disse che stava andando a lavorare da gente seria e professionale, con tanti vigneti di ottima qualità. Lui accettò, per restarci da 35 anni, applicando ogni anno i suoi insegnamenti: applicarsi sempre al massimo, rispettare la materia prima, non badare mai al prezzo del vino. “Mi ricordava sempre che qualsiasi cosa portasse il nome di Argiolas, a prescindere dal prezzo, doveva essere il massimo che si potesse ottenere. E saggiamente mi ricordava anche, che quando sei nel giusto devi andare a testa alta sempre”. Il Turriga è un taglio bordolese con vitigni tradizionali sardi: la base è il Cannonau, che porta la forza, poi c’è il Carignano che porta dolcezza, il Bovale Sardo che dà la concentrazione del frutto e, infine, la Malvasia Nera, un vitigno non tipico, ma piantato da Antonio Argiolas tantissimi anni fa per dare spina dorsale ai vini.
Per il sommelier Andrea Armas, “la definizione della Sardegna: è “terra della Natura” e quando arrivò Tachis era ancora più selvaggia rispetto ad ora. In etichetta è raffigurata una statuetta di 5.000 anni fa ritrovata nella stessa vigna da cui proviene questo vino: rappresenta la Dea Madre e simboleggia la vita e la natura, la fertilità e, quindi, la ricchezza e l’opulenza. E questo vino ne è una sintesi: grado alcolico dato dall’annata calda e dalla complessità degli aromi. Il Cannonau dà l’apporto balsamico, la materia e il tannino vengono dal Carignano e dal Bovale. C’è tanta acidità da arancia rossa, che lo rende bevibile, e, infine, una nota iodata e sapida con note di macchia che ricordano il vicino mare. In chiusura note di cioccolato”.

Tenuta San Guido, Bolgheri Sassicaia 2005
Ilaria Tachis ammetta che il Sassicaia era il vino del cuore di suo padre. Secondo lui era “eleganza all’ennesima potenza, data da sobrietà e semplicità” e le parole che usava per parlarne erano “Mediterraneo, macchia mediterranea, brezza, esposizione verso il mare, luce ed energia”: tutte componenti che, in effetti, sono racchiuse nel vino. “Porto un ricordo personale a me molto caro. Nel novembre 2008 fu organizzata a Firenze un’importante degustazione dal critico James Suckling. Era presente persino l’ambasciatore americano di Roma, che arrivò senza scorta. Mio padre era già molto affaticato, per questo lo accompagnai. Sul tavolo c’erano i Sassicaia dal 1968 al 2005. Dopo la lunga serata mio padre e Nicolò (Incisa della Rocchetta, ndr) si abbracciarono e piansero sommessamente, come a suggellare un cammino di sfide, difficoltà, successi ed emozioni. Fu una sorta di commiato”. Tempo dopo, Ilaria Tachis trovò una nota di suo padre, già malato, sull’assaggio del Sassicaia 2005: diceva “vino leggermente violento”, ma non per via della sua struttura o del suo corpo, ma a causa della sua giovinezza. “In Puero Homo”: secondo Giacomo Tachis, insomma, aveva le carte in regola per invecchiare bene, come dimostra oggi. Anche se fu un’annata molto calda, come spesso è successo a partire dal 2003, il Sassicaia non ne ha sofferto. Infatti a Bolgheri “ci sono la brezza, il mare, l’escursione termica per cui la pianta non soffre” soleva insegnare Tachis. “Il momento delle degustazioni e dei tagli era importante e per questo andava nella seconda cucina di casa - ha ricordato Ilaria Tachis - dove le finestre erano affacciate sul verde e nessuno lo disturbava. Con il Sassicaia il taglio diventava solenne, per questo vi si dedicava il pomeriggio del 31 dicembre, quando tutto il mondo si scordava di lui perché affaccendato a preparare il Capodanno: nessuno doveva disturbare”. Anche la vendemmia era un momento importante: furono tanti i suoi viaggi prima e dopo la raccolta, per scegliere il tempo ottimale prima della vinificazione. Ci metteva tanta cura nel portare il miglior risultato nella cantina di San Guido, che era semplicissima, certamente non una cattedrale come se ne vedono oggi. Tanti altri erano, invece, i viaggi per il Padule, di cui teneva le chiavi e dove portava la figlia ad osservare gli animali che vi svernavano. “Era molto attaccato a Bolgheri”, ha concluso Ilaria Tachis
La sommelier Ivana Capraro ha detto che “quello che chiedono i miei clienti è una storia che li invogli a bere un vino e il Sassicaia di storie da raccontare ne ha, in effetti, tante. Ma anche Bolgheri ha un magnetismo immaginifico che aiuta. Questo Sassicaia 2005 è finissimo nell’unire la dolcezza del frutto rosso polposo alla balsamicità della macchia mediterranea e delle spezie fresche. Ha ancora energia e vivacità al sorso, tannini succosi e sapidi, materia vellutata e persistenza sottile e pepata”.

Casale Falchini, Toscana Rosso Campora 2001
Elisabetta Barbieri ha assaggiato tantissimo con Tachis, grazie al rapporto di fiducia, amicizia e stima che l’enologo aveva con suo padre. Sentito che si era laureata, la invitò, infatti, ad assaggiare con lui nella cucina di casa. “Come si svolgevano le degustazioni con questo maestro non canonico? Io aprivo scatole e bottiglie e lui accendeva la musica classica. Era schietto, diretto e semplice. Non perdeva tempo a descrivere: si limitava a scrivere un voto e un breve commento, facendomelo poi leggere. E, intanto, testava le mie opinioni, senza commentare o semplicemente alzando il sopracciglio. I tagli li faceva nel bicchiere. Questo per 10 anni”. Assaggiava tutto, anche le fecce e i campioni: seguiva il processo di ogni vinificazione dall’inizio alla fine. Casale Falchini era un’azienda di amici a cui era legato: li conobbe quando si recò a San Gimignano per conoscere la Vernaccia e riuscì a convincerli negli Anni Ottanta del Novecento a piantare il Cabernet Sauvignon a San Gimignano. Una visione, di cui aveva già in mente il vino che ne sarebbe uscito. Il Campora di oggi proviene dalla stessa vigna di allora. “Nel 2005 mi chiede di seguirla da sola, ma questa è un’annata completamente scelta, voluta e vinificata da Giacomo Tachis”, ha precisato Elisabetta Barbieri. Il Cabernet Sauvignon non fu l’unica intuizione di Tachis a Casale Falchini: li convinse anche di fare uno Spumante da Vernaccia e, ad oggi, sono ancora gli unici a farlo.
Per il sommelier Cesare Delle Donne, “questo vino non è un esercizio di stile: rappresenta il luogo, San Gimignano, a tutti gli effetti. Il vino parla sempre da solo. Questa annata è ancora viva e integra. Il colore è intenso, non c’è frutta cotta, ma prugne mature, un vegetale che in bocca diventa balsamico, con dell’anice stellato. Un vino in progressione, che suggerisce e non urla. Il tannino è presente e ancora aderente, rilascia sapidità e acidità fruttata, chiudendo su erbe aromatiche”.

Ilaria Tachis, Toscana Rosso Giacomo 2021
Alessandro Cellai è stato un discepolo di Giacomo Tachis, con cui ha avuto tante occasioni di confronto: “ricordo che interpretava il vino dal punto di vista emozionale. Due insegnamenti principali mi ha lasciato, che “un vino è grande solo se vi si riconoscono tre cose: il territorio, i vitigni e l’anima del produttore”, perché non si possono disgiungere. E “ricordati che ogni enologo è un generatore di emozioni: abbiamo questa grandissima responsabilità per ogni bicchiere che si versa”, segno del grande rispetto che aveva per i vignaioli, i rischi che corrono ogni anno e la passione che ci mettono per fare un vino”. Giacomo è un 100% Merlot di una vigna molto ripida di 40 anni piantata su un terreno adatto a far crescere il vitigno nella sua veste migliore: lievemente argilloso, ricco in scheletro e profondo, per avere tensione e suadenza, acidità senza eccesso. Vinificato anche in cemento, che a Tachis piaceva molto. Anche questo era un punto su cui Tachis insisteva: bisognava preservarlo dove c’era e introdurlo in caso contrario. Lì il vino trova, infatti, la sua completezza: è l’elemento perfetto per lavorare sui polifenoli.
Per il sommelier Matteo Cino, “è molto equilibrato, fine, e perfetto da abbinare a tavola questo Merlot Toscano: intenso e teso, fitto di profumi e di trama, è materico, ma succoso e dalla lunga persistenza floreale e speziata”.

Feudi del Pisciotto (Domini Castellare), Terre Siciliane Bianco Passito Dedicato a Tachis 2018
È stato Paolo Panerai a rivelare i ricordi che ha accumulato personalmente con Giacomo Tachis. “Questo Passito nasce dall’idea del più importante “mescolatore di vino”, come soleva chiamarsi. Era un uomo di straordinaria cultura autodidatta - e per questo Dottore Honoris Causa - di nota spigolosità piemontese. Il nostro rapporto non era una consulenza retribuita: il contratto era la nostra amicizia nata dopo una verticale di Sodi di San Niccolò avvenuta nel 1998. I Sodi è un Supertuscan senza vitigni internazionali di solo Sangioveto ammorbidito da Malvasia Nera. Tachis era critico sul Sangiovese a cui aggiunse sempre Merlot, ma il nostro rosso lo convinse. Quando gli confessai di voler comprare sul vulcano - ricorda - lui si rifiutò, perché “in Sicilia il sole e l’umore della terra” bastavano, senza dover andare lì. Quando gli dissi di voler fare un Passito con lo Zibibbo, si rifiutò nuovamente e propose di farlo con il Sémillon e il Gewürztraminer. Credo fermamente che Piero Antinori abbia sbagliato a non tenerlo solo per lui”.
Questo Passito affronta due fasi si appassimento: il Sémillon in pianta, Gewürztraminer in cantina. Poi pressati, subiscono affinamento in legno usato di media tostatura, seguito da leggera filtrazione e tanto tempo in bottiglia.
Per l’, “giallo oro brillante, davvero luminoso, porta con sé il sole alto della Sicilia, zenzero, pesca, melone bianco e zagara, anche note mentolate che tornano in bocca con il salmastro del mare. In bocca lo zucchero è bilanciato da tensione e finezza, con note sapide che chiamano la beva, leggera ossidazione di fungo con tantissimo agrume e frutta candita”.

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