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GUERRA & ECONOMIA

Dopo la corsa dei prezzi, arriva il protezionismo di Ungheria e Bulgaria sul grano

Il conflitto chiude i commerci con Ucraina e Russia, trema il mercato comune. Confagricoltura: “no a iniziative nazionali unilaterali dentro la Ue”
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Un campo di grano in Ucraina (ph Polina Rytova via Unsplash)

Tra gli effetti dell’invasione russa in Ucraina, ci sono anche importanti ripercussioni economiche, che colpiscono indistintamente ogni settore. Se i big della tecnologia, della moda e dell’intrattenimento hanno lasciato uno dopo l’altro il mercato di Mosca, con perdite di fatturato che ammontano a miliardi di euro, a pagare i primi effetti della guerra è la filiera agroalimentare. Russia e Ucraina insieme rappresentano un terzo delle esportazioni mondiali di grano, un quinto del suo commercio di mais e quasi l’80% della produzione di olio di girasole, e secondo i dati Italmopa, nei primi 11 mesi 2021, l’Italia ha importato 122.000 tonnellate di grano tenero dall’Ucraina, su un totale di 4,02 milioni di tonnellate, ossia il 3% delle importazioni di frumento tenero. Sempre nei primi mesi del 2021, sono entrate 72.500 tonnellate di frumento tenero dalla Russia, il 2% del volume totale delle importazioni di frumento.

L’industria della pasta, dei biscotti e del pane potrebbe quindi sopperire allo stop degli interscambi con Russia ed Ucraina rivolgendosi ad altri mercati. Ma non sarà affatto semplice, perché ci sono già Paesi, all’interno dell’Unione Europea, e quindi in aperto contrasto con il mercato unico, che hanno deciso di sospendere le esportazioni di grano, come l’Ungheria, o che stanno aumentando gli stock pubblici, come la Bulgaria, per assicurare i rifornimenti interni e contenere la crescita dei prezzi.

Scelte che trovano la ferma posizione del presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che sottolinea come “spetta alla Commissione europea il compito di assicurare il regolare funzionamento del mercato unico. Va respinto qualsiasi tentativo di “protezionismo alimentare” tra gli Stati membri dell’Unione. La Bulgaria - aggiunge Giansanti - ha stabilito di aumentare per precauzione gli stock pubblici di cereali per un ammontare di 1,5 milioni di tonnellate, con il risultato pressoché scontato di ridurre i volumi delle vendite all’estero. I mercati internazionali delle principali materie prime agricole sono sotto pressione - sottolinea il presidente Confagricoltura - ma vanno respinte le iniziative nazionali unilaterali all’interno della Ue. La capacità produttiva di cereali dell’Unione è tale da poter gestire anche questa difficilissima situazione. Serve però un coordinamento della Commissione, alla quale abbiamo già chiesto di rimuovere, in vista dei nuovi raccolti, i limiti all’utilizzo dei terreni agricoli. L’auspicio è che la crisi in Ucraina si risolva il più rapidamente possibile al tavolo negoziale. Dagli eventi in atto emerge comunque la necessità di verificare se le scelte fatte sulla nuova Pac siano idonee a salvaguardare la capacità produttiva europea e l’efficienza delle imprese che producono per il mercato”, aggiunge il presidente Confagricoltura.

Inoltre, la Federazione Russa produce 50 milioni di tonnellate di fertilizzanti, il 15% dell’intera produzione mondiale, per questo “desta forte preoccupazione che nei giorni scorsi il Ministero dell’Industria e del Commercio della Russia abbia raccomandato agli operatori di sospendere le esportazioni di fertilizzanti”, riprende Massimiliano Giansanti. “Le vendite all’estero di nitrato di ammonio sono già state bloccate fino ad aprile. Le conseguenze possono essere particolarmente pesanti sul piano della disponibilità e dei prezzi. Rischiamo una contrazione dei raccolti. La situazione va attentamente monitorata - conclude il presidente Confagricoltura - Potrebbe rendersi indispensabile una reazione concertata in sede multilaterale per garantire al massimo le operazioni colturali in vista dei nuovi raccolti”.

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