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DA METTERE IN VALIGIA

Erri De Luca e il mondo perduto dei pranzi della domenica e delle osterie “stanze di popolo”

In “Spizzichi e bocconi”, lo scrittore invita ad assaggiare l’acqua di una fontana e il pane di un forno di una città che visitiamo per la prima volta

“In una città che visito per la prima volta assaggio l’acqua di una fontana pubblica e il pane di un forno. Ogni posto distilla la sua acqua e ha le sue notti per cuocere l’impasto”. La “prova” che Erri De Luca racconta di fare per conoscere nel profondo un luogo, la sua essenza e le sue tradizioni, a partire dalle sue “credenziali”, diventa un invito che il grande scrittore, giornalista e poeta rivolge a tutti noi, dalle pagine di “Spizzichi e bocconi”, il libro che ha scritto sul cibo, quello di noi “comuni mortali” (e non degli chef, al massimo cuochi), conducendoci tra odori e sapori della sua memoria fatta di “storie mie di bocconi e di bevande, corredo alimentare di un onnivoro”, ma che parlano anche di un mondo perduto di pranzi della domenica al profumo di ragù, di pasti consumati in cantiere e nei campi base in ascesa sulle vette, e di osterie “stanze di popolo”, dove le generazioni si mischiavano, tra società, politica, letteratura, religione e soprattutto passioni, grazie alle quali la tavola ha una storia a sé. Passioni che, in questi ultimi giorni di vacanza, ci spingono a scegliere nuove mete, sempre più spesso con il cibo e il vino come motivazione di viaggio, mettendo in valigia questo volume, come consiglia WineNews, in cui c’è il piacere del gusto, ma anche il rispetto per ciò che ci dà vita.
Un libro che, come racconta lo scrittore, “è nato a tavola” e nel quale “i miei racconti alimentari hanno a che vedere con l’infanzia dove la memoria ha per sede principale il naso e le papille gustative dove si pianta l’educazione alimentare e sentimentale. Perché il cibo procura affetti, amicizie, piccole pause e felicità che solo a tavola si possono consumare e realizzare. Sono racconti che riguardano naturalmente la mia infanzia alimentare napoletana, e il primo capitolo è per forza dedicato al ragù, questa meraviglia che cuoceva per due notti a fuoco lentissimo e raggiungeva l’apice emanando il suo odore celestiale come l’incenso che evapora nelle navate, precedendo la sostanza, l’appetito e il gusto di quella pasta grossa intinta in quel ragù. E intorno a quella tavola della domenica, c’erano un silenzio e un raccoglimento spirituale neanche da chiesa”. Ma sono anche storie di incontri alimentari e digiuni, spiega De Luca, “rasentando anche l’argomento fame. Noi oggi possiamo tranquillamente dire “ho appetito” e “ho fame” come se fossero tranquillamente la stessa cosa, ma non è così: l’appetito è quel languore che viene tra due pasti, la fame è la peggiore persecuzione che ha accompagnato la storia dell’umanità, che l’ha costretta a reagire in tutte le maniere possibili, a trasformare il corpo in una macchina da guerra per resistere alle mancanze, e che ha spostato miriadi di esseri umani da un Continente all’altro. Insomma, è un libro che racconta il cibo ma anche la sua assenza”.
“Il cibo ha una storia spaventosa, eroica, miracolosa. La scrittura sacra contiene narrazioni di provviste dal cielo” scrive nella premessa De Luca, ricordando come “la parola fame è stata più temuta della parola guerra, della parola peste, di terremoti, incendi, inondazioni. Si è ammansita presso di noi l’ultima virata di bordo del secolo, permettendo insieme alla medicina la prolunga inaudita dell’età media. Si è costituita una scienza dell’alimentazione. Lentamente le porzioni si sono trasformate in dosi, le etichette forniscono l’apporto in calorie. Sono di un’epoca alimentare precedente a questa, basata sulla scarsa quantità e varietà. Mi è rimasto in bocca un palato grezzo, capace di distinguere il cattivo dal buono, ma povero di sfumature intermedie. Ho le papille del Novecento”.
Un mondo quello raccontato nel volume (Feltrinelli, pp. 192, prezzo di copertina 16,50 euro) che si fa materia e trasmissione di cultura anche grazie alle ricette delle cuoche di casa, la nonna Emma e la zia Lillina, trascritte dalla cugina Alessandra Ferri e condivise con i lettori, “irripetibili e che costituiscono un archivio, e credo che in qualunque libro di storia del Novecento ci debba essere un capitolo che riguarda l’alimentazione di quel secolo” dice De Luca. Ma anche al formaggio regalato ad un vecchio nella guerra in Bosnia, al pane tagliato verso il petto e accompagnato da un bicchiere di vino da operaio nei cantieri, e al suo piatto preferito: il paio d’uova in tegamino o frittata. E che trovano un contrappunto negli interventi del biologo nutrizionista Valerio Galasso, che, approfondendone il valore e offrendo una chiave per un sano comportamento alimentare fatto di stagionalità, varietà “onnivora” e senza eccessi, mangiando e bevendo poco ma bene e con piacere come De Luca, riprende dal punto di vista scientifico le storie di cibo familiare dello scrittore che considera “valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano” (Erri De Luca, “Valore”, da “Opera sull’acqua e altre poesie”, Einaudi, Torino, 2002).

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