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CORONAVIRUS

“Fase 2”, da oggi via libera all’asporto per tutti i bar ed i ristoranti d’Italia

Ma la ristorazione è in ginocchio e i sostegni economici non funzionano. Fipe-Confcommercio: “noi traditi da Stato e da banche”
CORONAVIRUS, ITALIA, RISTORAZIONE, Non Solo Vino
Da oggi via libera all'asporto per tutti i ristoranti d'Italia

Da oggi, come noto, inizia la “Fase 2” della lotta contro la pandemia da Coronavirus. Che, purtroppo, assomiglia sempre più ad una convivenza che si protrarrà per mesi, con il Governo pronto a tornare a stringere le maglie se i contagi torneranno a salire. Per il settore del vino, nello specifico, non cambia nulla rispetto a prima, mentre per il nostro mondo, la novità più rilevante del Dpcm del 26 aprile, in vigore da oggi al 17 maggio, come ricorda l’avvocato Marco Giuri dello Studio Giuri di Firenze, è il via libera all’asporto per tutte le attività di bar e ristorazione (compresi gli agriturismi, come ha voluto specificare con una circolare in materia la Regione Toscana, ndr). Canale che si aggiunge così alla consegna a domicilio, che hanno messo in campo tante attività di ogni livello di ristorazione, che nelle settimane scorse ha registrato un vero e proprio boom.
Nel dettaglio, si spiega, “sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo su base contrattuale, che garantiscono la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro. Resta consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitariesia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché la ristorazione con asporto fermo restando l’obbligo di rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, il divieto di consumare i prodotti all’interno dei locali e il divieto di sostare nelle immediate vicinanze degli stessi”.
Tradotto, insomma, tutti i ristoranti e bar d’Italia, seguendo i protocolli sanitari e le normative, possono fare l’asporto. Una piccola boccata di ossigeno per un settore, quello della ristorazione, tra i più colpiti dalla crisi e letteralmente in ginocchio, dove si stimano perdite di 34 miliardi di euro nel 2020, e con tante delle 300.000 imprese che rischiano di non riaprire, se davvero la riapertura dei locali sarà rinviata per un altro mese, fino al primo giugno, come lasciato intendere ad oggi dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche se in molti premono per una riapertura già dal 18 maggio.
Anche perchè, come ricordato dalla stessa Fipe, le misure di sostegno varate fino ad oggi non funzionano per il settore: “i lavoratori e le imprese sono stati traditi dallo Stato e dalle banche che, in un momento di difficoltà senza precedenti - ha sottolineato nei giorni scorsi il vice presidente Fipe/Confcommercio, Aldo Cursano - hanno dimostrato di non essere all’altezza della situazione, non riuscendo a dare risposte rapide ed efficaci. L’integrazione del fondo salariale promesso per aprile è ancora un miraggio. I prestiti garantiti alle imprese sono fermi al palo. E la cassa integrazione rimane una chimera per milioni di lavoratori. Basti pensare che in Lombardia, cuore produttivo del Paese ed epicentro del disastro, solo 40 imprese hanno ricevuto i fondi da distribuire ai dipendenti. È questo il rispetto che lo Stato ha per chi lavora? Ci avevano promesso una sburocratizzazione e uno snellimento delle procedure. Andate a spiegarlo ai nostri lavoratori che devono fare la spola tra la Regione e la banca con decine di documenti per accedere alla Cassa Integrazione. È una situazione insostenibile ed esasperante”.

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