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CONSORZIO VINI VENEZIA

Fiaschi, vigneti e bottiglie, testimoni di quotidianità e umanità nella Prima Guerra Mondiale

A raccontare la storia della presenza del vino nel primo conflitto mondiale, nel centenario della fine, è il volume “Il vino nella Grande Guerra”

Appaiono dietro a volti spaventati e tesi dei soldati nel combattimento, sul ciglio delle trincee tra i fucili appostati, tra le righe di racconti e diari dal fronte; spuntano in secondo piano nelle numerosissime fotografie provenienti da ogni fronte di guerra, dai depositi di generi di conforto o dal loro trasporto colpiti dall’artiglieria; vengono intonati nelle strofe e nei ritornelli dei canti inventati per passare il tempo nelle baracche o suonati nelle retrovie: o Cecco Beppe (nome in codice di Francesco I d’Asburgo Lorena, ndr) beviti un po’ di vino che gli italiani si ripigliano il Trentino; ma compaiono anche per festeggiare una vittoria o addolcire un po’ per i commilitoni e i civili le sofferenze e i drammi patiti nella guerra, come nelle cucine campali di reparto, negli alloggi di ufficiali, o nei momenti di ritrovo dei contadini. Un dettaglio, la presenza costante di fiaschi, di vigneti e di bottiglie tra le testimonianze della Prima Guerra Mondiale, che ricorda qualcosa che va al di là dei bombardamenti, della durezza delle trincee e delle imprese epiche, riportando l’attenzione sulla quotidianità, sul vivere giorno per giorno momenti di vera umanità in mezzo al trascinarsi lento e snervante del conflitto, punteggiato da momenti drammatici. Nell’anno in cui si celebra il Centenario della fine del conflitto, a raccontare la storia mai esplicitata della presenza del vino durante il primo grande scontro mondiale è il volume “Il vino nella Grande Guerra, fronte italiano 1915-1918”, curato dallo storico Giovanni Callegari e voluto dal Consorzio Vini Venezia e dal direttore Carlo Favero, raccogliendo un coro di voci di autori e professionisti di vari ambiti.
Nel 1917 il vino corrispondeva al 15,5% del Pil italiano, sia vigneti specializzati che da seminativo arborato per una produzione di 43 milioni di ettolitri, spiega introducendo il volume Giorgio Piazza, presidente del Consorzio: “la vite era molto coltivata, e il vino molto apprezzato e consumato: 852.300 ettari di vigneto specializzato, 3.467.000 a seminativo arborato, con il consumo procapite all’inizio della guerra di ben oltre cento litri. Fu quindi largamente utilizzato anche su tutti gli oltre 600 chilometri di fronte, compagno ed amico dei soldati, favoriva la socializzazione, la condivisione e l’abbattimento delle paure e delle angosce nelle trincee e nei combattimenti”.
L’attenzione semplice all’umanità in un conflitto disumano è alla base del volume (Edizioni Grafiche Antiga, pag. 200, prezzo di copertina 39 euro) e il vino diviene quel fil rouge che lega insieme le vite, persino i compagni con i nemici, poiché è sempre stato una buona compagnia sia in pace che in guerra a dispetto delle diverse divise, lingue, bandiere e armi tenute tra le mani. I vigneti e le damigiane diventano bene logistico da controllare e gestire, teatro di scontri, desiderio di preda o oggetto di spoliazione. Il vino è stato un compagno maschio e fedele dei soldati, ma anche una morbida compagna, un abbraccio consolatorio che aiutava a superare lo sconvolgimento dei combattimenti e le nostalgie di casa e di pace.
Ed è stato un elemento importante nelle tabelle nutrizionali delle armate. Se avete sete la tazza alla mano, ricorda, nella presentazione del volume, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia citando i versi di una canzone degli Alpini: “cosa ci mettevano i soldati? Acqua, caffé e vino, un quarto di litro al giorno, la razione prevista dalle direttive del servizio di vettovagliamento, ma che aumentava, come per il cibo, per chi combatteva in prima linea. Un rancio di carne e pasta che, come ricorda Carlo Emilio Gadda nel suo “Diario di guerra e di prigionia”, era distribuito una volta al giorno, mentre il caffè e la posta alle 9, l’acqua e il vino alla sera”.
Vino che è stato un’occasione di affari grandi e piccoli che hanno prefigurato quell’economia del vino che ci permette, a cent’anni di distanza, di ricercarne la storia e coltivare la memoria. Tra gli autori del volume, il professor Danilo Gasparini dell’Università di Padova, l’enologo Carlo Favero, la storica Lisa Bregantin, il direttore di coro Alessio Benedetti e l’archeologo Massimo Serena.

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