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Finanza & Mercati

La botte è sempre più piena ma la moglie non è ubriaca … L’Italia ha chiesto alla Ue la distillazione d’urgenza per svuotare le cantine e prepararsi alla vendemmia. La sovrapproduzione impone un ritorno al passato. Alle vecchie doghe. Le botti d’Italia sono piene e i produttori di vino sono in apprensione perché non sanno dove mettere il vino della prossima vendemmia che si avvicina a spron battente. Il problema non è dell’ultima ora, anzi. La raccolta del 2004 è stata particolarmente abbondante. Questo fattore, sommato alle difficoltà del settore, sempre più minacciato dai vini del Nuovo Mondo) ha provocato un accumulo di vino invenduto di cui le aziende vogliono disfarsi. Per questo il Ministero dell’agricoltura ha chiesto alla Commissione europea di attivare lo stato di crisi per la distillazione (sono 6 milioni di ettolitri) un pratica prevista per tutti i Paesi comunitari. Anche la Francia, che forse se la passa persino peggio dell’Italia, ha già ottenuto il via libera per la soluzione d’emergenza. Ma quel che è strano è che anche l’Australia, dove le aziende vinicole sono colossi più simili a multinazionali del vino che a bucoliche tenute circondate da vigneti, vive lo stesso dramma. E proprio pochi giorni fa la Federazione degli agricoltori dell’Australia del Sud ha chiesto al governo di prendere qualche provvedimento, visto che le scorte di vino sono superiori a quelle del 2004 del 12%, e che l’export non basta più ad assorbire le eccedenze a causa del cambio sfavorevole. Concentrando le riflessioni sull’Italia, quale può essere la soluzione all’eccessiva produzione e al crollo della domanda? Tutti gli esperti rispondono qualità, qualità, qualità. Dunque amore e dedizione per la vite, ricerca di vitigni particolari come gli autoctoni, ma anche un uso giusto dello strumento per eccellenza che dà forma, colore, corpo e personalità al vino: la botte. Quella “classica” in legno, di rovere o di castagno, ma anche quelle barrique tanto in voga oggi. “Senza esagerare, però, perché la botte è un mezzo, ma lo scopo finale è fare del buon vino e troppi hanno abusato della barrique, rendendo i vini esagerati e smodati nel gusto” argomenta Ernesto Abbona, uno dei quattro soci proprietari dell’azienda piemontese Marchesi di Barolo. Un tempo, prima della scoperta dell’acciaio e del cemento a livello di massa, il vino veniva tutto maturato in botti di legno. “Con l’esperienza, più che con la scienza, si era scoperto che lasciare il vino in contenitori di legno lo rendeva più rotondo, più maturo, insomma lo affinava – prosegue Abbona – il segreto sono i pori del legno, che fanno traspirare il vino e lo modificano. Per questo le dimensioni delle botti si sono ridotte vieppiù nel corso dei secoli, quel che conta è la superficie a contatto con il liquido e non il volume contenuto”. Per quanto riguarda le barrique, la questione è tutta diversa. Se il legno delle botti in rovere è stagionato al punto da non avere più vita, quello delle barrique è legno giovane, fatto stagionare con il fuoco, sostanzialmente affumicato, che alla fine del procedimento mantiene forte il gusto e l’odore della linfa, conferendo al vino quelle sfumature aromatiche piacevoli al palato come il gusto di vaniglia. Oggi sempre più si diffonde l’uso delle botti d’acciaio, anche perché il costo della lavorazione artigianale di una botte e la carenza di alberi data dalla deforestazione rendono troppo costoso l’uso di quelle il legno. Inoltre, il vino nel legno ci deve stare qualche anno a maturare e non tutti sono disposti ad aspettare. Fuori da Europa e Stati Uniti (soprattutto in Australia e Nuova Zelanda) hanno trovato una via più semplice per dare al vino li gusto del legno, senza investire in botti: mettono i trucioli e le doghe del legno di barrique nei contenitori di acciaio. Il gusto e la composizione organolettica pare non siano così diverse. E il vantaggio per le foreste è indubbio. Ma l’Italia, se mai dovesse consentire questa pratica, dovrebbe evitare di adeguarsi. La verità e la storia del vino sono altra cosa.

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