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ATTUALITÀ

Grano, in Italia nel 2023 è decuplicato quello in arrivo dalla Russia, che diventa terzo fornitore

Analisi Centro Studi Divulga: crescita del 1.164% nell’ultimo anno pari a 410.000 tonnellate di grano. E tanti produttori restano spiazzati
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In Italia il grano in arrivo dalla Russia è in forte aumento

La pasta è uno dei simbolo del made in Italy agroalimentare e della Dieta mediterranea, alimento immancabile nelle tavole del Belpaese per i suoi valori nutrizionali ma anche per la versatilità in cucina, senza dimenticare l’aspetto economico perché, nonostante i venti di inflazione, con un pacco di pasta una famiglia può mangiare senza gravare più di tanto sul proprio budget. Ma basta il grano duro nazionale per soddisfare i bisogni di pasta della popolazione? A quanto pare no (lo raccontiamo, da anni, anche sulle nostre pagine on line, ndr) e le ragioni non sarebbero solo da un punto di vista quantitativo.
Un articolo del quotidiano “Corriere della Sera”, a firma di Federico Fubini, parla di un fenomeno che, però, ha preso piede nel 2023, riguardo al grano, ovvero “la misteriosa invasione di quello russo in Italia: in un anno import decuplicato”. Un’escalation che riguarda il “frumento duro, quello che si consuma trasformato in pasta che poi arriva sulle tavole delle famiglie italiane. Di colpo l’afflusso di questo tipo di derrata dalla Russia è più che decuplicato - una crescita del 1.164% nell’ultimo anno - al punto da superare di netto dal luglio 2023 anche il Canada, tradizionalmente principale fornitore estero dei produttori italiani di pasta. Negli ultimi sei mesi, poi, il ritmo degli arrivi è accelerato ulteriormente. Peraltro l’Italia resta l’unico Paese nell’Unione Europea a registrare un aumento del genere, mentre quel tipo di prodotto è del tutto assente in altre economie consumatrici di grano duro quali Spagna, Belgio o Grecia”. Importazioni che sono legali
“a differenza del petrolio, di gran parte dei prodotti in acciaio o dei diamanti, le derrate agricole russe non sono mai state messe sotto sanzioni dall’Unione Europea. Dall’inizio l’esenzione è stata finalizzata ad evitare un aumento dei prezzi internazionali delle materie prime alimentari, che colpirebbe in primo luogo i più poveri nei Paesi in via di sviluppo. Dunque, gli acquisti da parte di operatori italiani sono in sé legali, per quanto di solito in gran parte il grano duro russo fosse esportato verso economie a reddito medio-basso”, eppure queste importazioni vengono giudicati come “sorprendenti” con i dati emersi “innegabili” visto che “sono elaborati dal Centro studi Divulga sulla base di statistiche Istat e della direzione generale Agricoltura della Commissione Europea”.
Nel 2023, continua l’articolo del quotidiano “Corriere della Sera”, l’Italia ha importato direttamente dalla Russia 410.000 tonnellate di grano, “contro quantitativi quasi inesistenti in tutti gli anni precedenti, anche prima della guerra”. Stessa quota per quanto riguarda le importazioni dalla Turchia, “di nuovo da un Paese quasi del tutto assente dal mercato italiano negli anni precedenti”, entrambi i Paesi “praticamente doppiano i volumi di fornitura del Canada, che era il primo fornitore estero dell’Italia da molti anni. Anomalo anche l’aumento della presenza sul mercato italiano delle spedizioni dal Kazakistan, che piazza 250.000 tonnellate nel 2023 quando, di nuovo, era irrilevante negli anni precedenti: anche in questo caso il rischio di triangolazioni con la Russia per coprire l’origine del prodotto è difficile da escludere”. Produzioni giudicate come convenienti e che “permettono ai trasformatori di essere competitivi e ridurre i prezzi ai consumatori, dopo la traumatica stagione dell’inflazione sui beni alimentari che ha colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. Ma l’ingresso massiccio in Italia di grano russo, direttamente oppure coperto dietro triangolazioni con la Turchia o il Kazakhstan, finisce per finanziare l’economia di guerra di Vladimir Putin”, è il commento che emerge dall’articolo del quotidiano “Corriere della Sera”.
L’import di frumento da pasta in Italia copre poco meno di un terzo del fabbisogno totale ma i produttori italiani che occupano il restante 70% del mercato “si trovano ora spiazzati, di fronte a una concorrenza a costi molto più bassi che li costringe a ridurre i margini per stare sul mercato. Il grano duro all’ingrosso quota oggi 385 euro a tonnellata, oltre il 30% più di quanto costasse prima che il razionamento del gas ad opera di Putin a metà del 2021 facesse esplodere i prezzi dei fertilizzanti e delle colture. Ma da luglio scorso il prezzo all’ingrosso è sceso del 7,6%, proprio per effetto della presenza sul mercato italiano di grano sottocosto da Est”. Nicola Musa, responsabile dei contratti di filiera di Consorzi d’Italia, spiega, si legge nel “Corriere della Sera”, come “pensiamo che queste entrate improvvise di grano russo e turco possano essere manovre speculative messe in piedi ad arte per deprezzare il prodotto italiano” anche se “ci aspettiamo che nei prossimi mesi i prezzi all’origine del grano italiano tornino a salire, dato che storicamente ha sempre avuto standard di qualità superiori”.
L’analisi del Centro Studi Divulga “Mari in tempesta”, sull’impatto delle guerre in corso sul sistema agroalimentare, mostra crescite notevoli per i cereali dall’Ucraina, grano tenero in primis (+260%), ma anche mais (+230%) e orzo (+128%), con una crescita degli arrivi di carni avicole (oltre 700 tonnellate complessive), semi di girasole (+368%) e soia (+108%). Grazie alle 400.000 tonnellate di grano duro, la Russia diventa il terzo fornitore dell’Italia, dopo Canada e Turchia, registrando incrementi anche per olio di girasole (+298%) e barbabietola da zucchero (+33,9%). Secondo l’analisi, la Cina, con 140 milioni di tonnellate, arriverà a detenere il 52% delle scorte mondiali di grano e il 64% delle scorte di mais (170 milioni di tonnellate), e, rispetto a prima della guerra, il Paese asiatico ha aumentato di 12 milioni di tonnellate il suo stock di grano (+4%), stesso dicasi per l’Unione Europea (dal 4% al 7%), al contrario degli Stati Uniti (passate dall’8% al 6%). Riguardo ai Paesi coinvolti nel conflitto, invece, la Russia, oltre ad aver aumentato la propria produzione, ha incrementato anche le riserve del 32%, mentre l’Ucraina riporta una contrazione del 51% rispetto a due anni fa ma anche un calo della produzione del 30%.

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