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Identita' Di Vino

Tannini e pizzini ... Il penultimo numero di Venerdì di Repubblica riferisce di una news in cui L’Economist parla dei produttori di vino siciliani: «La strategia vinicola isolana di tornare alle varietà locali», spiega il settimanale britannico, «è vincente. Il problema dei produttori è un altro: le estorsioni mafiose su cui preferiscono tacere». Chissà cosa ne pensano i diretti interessati. Abbiamo fatto qualche telefonata.

«Sarò un privilegiato», spiega il marsalese Giacomo Rallo, fondatore di Donnafugata, «ma né a me né a mio padre è mai capitato di subire estorsioni». «Certo», aggiunge, «non vivo in Norvegia o in Svezia, so bene che la mafia esiste e per questo a volte soffro a essere siciliano. Ma da vicepresidente di Assovini Sicilia, non ho mai raccolto le lamentele di nessun produttore. E questo mi fa pensare che qualcuno vive forse realtà drammatiche, tacendone».

Simile il parere di Francesca Planeta, responsabile della comunicazione dell’omonima azienda agrigentina: «Nella nostra zona di Menfi», spiega, «questo problema non è mai esistito perché gli interessi della mafia si sono sempre orientati verso altri settori, lontani dalla campagna. Con questo non voglio dire che il fenomeno nell'isola non esista, anzi, per molti credo sia difficile evitarlo. Ma a noi non è mai successo».

Non va giù per il sottile l’ex assessore provinciale alla Cultura di Messina Salvatore Geraci, oggi demiurgo del Faro di Palari: «L’Economist dice una minchiata perché i guadagni che si ricavano dal vino non sono né spropositati né immediati. Il vino non è il petrolio, non ha i giri d’affari di un’opera pubblica o di un lavoro di sbancamento».

«La mafia», chiude Geraci, «è un male soffocante per tutta l’Isola anche perchè è intelligente: sa dove andare a zappare il fondo. E poi, parliamoci chiaro, la parabola del vino siciliano è arrivata al culmine da cui non si può che discendere. Nero D’Avola qui, Nero D’Avola lì, siamo arrivati a farne talmente tanto che non sappiamo più a chi darlo».

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