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PENSIERI E PAROLE

Il futuro del vino, nella visione di Oscar Farinetti, Riccardo Cotarella e Luigi Moio

Dal Merano Wine Festival, in versione “digital”, le riflessioni, tra “sogni e scienza”, per immaginare il vino che verrà dopo la pandemia
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Il futuro del vino, nella visione di Oscar Farinetti, Riccardo Cotarella e Luigi Moio

“La situazione è complicata e difficile, è ovvio, anche per il vino italiano. Ma guardare al futuro, oltre la pandemia, è un dovere. Magari partendo da quell’ottimismo proprio dei produttori, degli imprenditori e dei produttori. Quali sono il patron di Eataly e produttore con il gruppo Fontanafredda Oscar Farinetti, che sogna un’Italia di vino “tutta Bio, messaggio da lanciare magari con il Presidente del Consiglio, insieme a testimonial come Federica Pellegrini, Valentino Rossi o altri, perchè ne parli tutto il mondo. E magari anche insieme ad enologi come Riccardo Cotarella”. Che, da guida di Assoenologi, ma anche da produttore, con la Famiglia Cotarella, dice, dal canto suo: “sarebbe bello, ma non passi il messaggio che si può fare il vino in ogni dove, alla “viva il parroco”. Servono conoscenze ancora più approfondite di quelle che abbiamo”. Concetto rilanciato dal collega Luigi Moio, produttore con Quintodecimo, docente e vicepresidente Oiv, l’Organisation International de la Vigne e du Vin: “l’Italia per la sua “fertilità” da Nord a Sud e per la sua varietà di vitigni è il vero Paese del vino. Ma dobbiamo approfondire le nostre conoscenze agronomiche ed enologiche, per una viticoltura ed una enologia che io definisco leggera, non invasiva”. Messaggio, in estrema sintesi, arrivato dal convegno sull’economia del vino ai tempi del Covid-19, che ha aperto il palinsesto dell’edizione digitale del Merano Wine Festival (dal 6 al 10 novembre), moderato dalla giornalista Anna Di Martino, e con interventi, tra gli altri, del direttore WineNews Alessandro Regoli (che ha illustrato l’approfondita indagine che potete leggere qui), e da Silvana Ballotta di Business Strategies, testimone della ripartenza della Cina”.
“Il 2020 è inutile girarci intorno, è un disastro - ha detto Farinetti - non mi sarei mai aspettato che un piccolo virus arrivato dalla Cina facesse questo sconquasso in tutto il mondo, dove c’è chi è messo molto peggio di noi come gli Usa, il Brasile. Ci consoliamo almeno perchè abbiamo fatto vendemmia strepitosa, nelle Langhe mai visto uve così belle e sane, speriamo in un grande vino. Il presente vuol dire sbattersi da morire, noi siamo abbastanza fortunati, abbiamo spostato in distribuzione il modo di vendere vino, meno male che c’era la Gdo, che ci ha dato mano formidabile in Italia e all’estero. Vendere in tutti i canali è il futuro, vendere a tutti con i propri prezzi. Noi ad Eataly abbiamo provato ad abbinare dei concetti, delle parole guida per il futuro alle attività dell’uomo, che con mangiare e bere, amare, studiare, lavorare e sognare. A “mangiare e bere” abbiamo legato “terra”, di cui dobbiamo ricominciare a parlarne, perchè è l’inizio della filiera. Ad “amare” abbiamo unito “riparare”, pensando non solo agli oggetti, ma anche ai rapporti umani. A “studiare” abbiamo affiancato “mutare:” dobbiamo studiare per cambiare, per passare dalla sfiducia alla fiducia, dalla paura al coraggio. A “lavorare” abbiamo associato “insieme”, perchè noi italiani siamo i più bravi al mondo nel testa a testa, ma in gruppo perdiamo, e deve cambiare. E poi al “sognare” abbiamo abbinato “avvenire”, per il vino italiano. Siamo bravi, ma serve un colpo d’ala nazionale: l’Italia deve presentarsi al mondo con faccia nuova, siamo l’unica penisola dentro un mare da nord a sud, con la possibilità di essere incontaminati. Penso ad una conferenza stampa del Presidente del Consiglio, magari con Cotarella vicino - dice con un sorriso Farinetti - dove l’Italia annuncia al mondo di eliminare ovunque diserbanti e concimi di sintesi. Quindi, tutto il vino sarà biologico, non ci sarà altro. Magari da annunciare con testimonial come Valentino Rossi, Federica Pellegrini e così via, raccontare il vino italiano come il più sano e pulito del mondo. Abbiamo già tanti vantaggi in questo senso, sfruttiamoli”.
Una riflessione accolta, in parte, dal presidente degli enologi italiani (Assoenologi) Riccardo Cotarella: “è un pensiero molto bello, ma non deve passare, però, il messaggio che si può fare vino ovunque nello stesso mondo, “alla viva il parroco”. Per fare tutto biologico, come dice Oscar Farinetti, serve ancora più scienza, ed una conoscenza ancora più approfondita di quella che abbiamo. Detto questo dobbiamo essere ottimisti: il vino non è morto, morirà solo quando sparirà l’uomo, perchè un prodotto insostituibile, fa parte della nostra vita e della storia. Il momento è difficilissimo, ma le cose per il settore non sono crollate. Non si può cantare il “Gloria”, ovviamente, ma neanche il “De profundis”. Dobbiamo farci trovare pronti alla ripartenza perchè sono sicuro che quando la pandemia passerà il vino sarà uno dei prodotti che riapartirà più velocemente, perchè è elemento fondante della socialità. E magari, dovremmo pensare anche ad eliminare tanti eccessi, in ogni aspetto del vino, e ritornare di più all’essenziale”.
“Il periodo è tremendo, ma anche io sono ottimista: tutto finirà e ripartirà, il vino ripartirà alla grande, e il vino italiano in particolare, perchè il vero Paese del vino è l’Italia, sia per la varietà di vitigni che per diversità dei suoli, per questa “fertilità naturale” che hanno i nostri territori”, aggiunge Luigi Moio, produttore con Quintodecimo, docente e vicepresidente Oiv (Organisation International de la Vigne e du Vin). Che sottolinea: “questa esperienza durissima della pandemia, questo periodo che è anche di riflessione, può aiutare a fare chiarezza. Il nostro mondo ha vissuto momenti confusionari: lieviti selezionati contro fermentazioni spontanee, vini “veri” contro “vini non veri”, e così via, per fare degli esempi, che hanno creato una confusione di informazioni che è lontana dalla verità scientifica. Per fare bio davvero, per esempio, servono maggiori conoscenze di chimica, di microbiologia, di enologia, serve una preparazione ancora più forte di quella che c’è nelle scienze agrarie. E poi non basta un’agricoltura non invasiva, serve anche una viticoltura non invasiva, leggera: noi produttori ed enologi dobbiamo essere solo “assistenti” di un processo creativo”.

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