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Il Giornale

Grandi vini - Il Brunello diventa un marchio anche in Cina. Il celebre Rosso toscano è stato registrato in 60 Paesi del mondo ... Il Brunello come la Ferrari, Armani o Barilla: un nome che fa italiano ovunque. Ma che rischiava di essere copiato dal primo produttore di vinacci che volesse sfruttare una griffe del vino nota a livello internazionale. Colpa dell’Unione Europea che un anno fa aveva deciso di «liberalizzare» l’etichettatura dei vini, permettendo a chiunque, o quasi, di produrre Brunello in Cina o nel Burundi. Erano 17 i grandi nomi italiani a rischio: oltre il Brunello c’era il Vinsanto, l’Amarone, il Morellino. Così ai protagonisti dell’enologia non è restato che registrare il proprio marchio proprio come si fa con le auto o la moda.

E ieri il Consorzio del Brunello ha annunciato di aver registrato il marchio in 60 Paesi e di aver deciso di fare ricorso contro Bruxelles per difendere il suo nome dalle imitazioni. Il Brunello di Montalcino, a dire il vero, era stato depositato in otto Paesi produttori, già nel ’93: Usa, Canada, Cile, Argentina, Sudafrica, Svizzera, Giappone, Australia. Adesso se ne sono aggiunti altri come la Cina (appunto), ma anche la Russia, l’India, Il Messico, il Brasile, la Corea.
E ne valeva la pena, ogni anno vengono prodotte sei milioni di bottiglie, due terzi finiscono sulle tavole dei compratori stranieri. Il Rosso di Montalcino, da solo, fa tre milioni di bottiglie. Cui si aggiungono 250 mila bottiglie di grappa fatte con le vinacce del Brunello. Lo scorso anno il giro d’affari è stato di 143 milioni di euro, più di 270 miliardi di vecchie lire.
In tutto, sui 1.900 ettari di vigneto iscritti all’albo del Brunello, lavorano 240 produttori. A 40 km a sud di Siena, altri 40 dal Tirreno, in mezzo a colline sui 500 metri, il Brunello è diventato un affare non solo a venderlo, ma anche per i possessori dei terreni: un ettaro vale mediamente 350 mila euro, ma un vigneto ben esposto, con un buon terreno può arrivare anche a mezzo milione di euro all’ettaro. Così, tra i soldi guadagnati con il vino, i terreni che valgono oro, da quelle parti hanno cominciato a prenderci gusto a maneggiare quattrini, e hanno inventato i futures sul Brunello. Nel ’96 la Castello Banfi ha fatto una vendita «en primeur» dell’annata ’95, messa in commercio nel 2000. I clienti hanno comprato il vino pagandolo subito, per ritirarlo dopo cinque anni, scommettendo sul prezzo: una forma di investimento.
Poi c’è gente che, lasciatecelo dire, più saggiamente il vino se lo beve: dicono che Bill Clinton, quando non era occupato in altre attività, lo apprezzasse e lo apprezza ancora. Ma anche Schumacher se lo fa portare in tavola, e chi sa che le sue vittorie non sano dovute a uno sprint di buon gusto. Lo bevono anche i politici, da D’Alema a Schröder, a Blair. E manco a dirlo, piace alle belle donne, come Sharon Stone.

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