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Il Mattino

Vino troppo caro, meglio sfuso ... L’allarme dal Salone di Torino: i top wine italiani solo all’estero... Parte da Torino l’allarme: il vino italiano rischia di diventare troppo caro per gli italiani. Le bottiglie top della nostra produzione, soprattutto toscane e piemontesi, sembrano sempre più destinate ai mercati internazionali, mentre si assottiglia il cosiddetto “ceto medio del vino» e le fasce basse di mercato sono ora più permeabili che non in passato alle produzioni che arrivano dal Nuovo Mondo. Cresce, ormai da due anni, il mercato dello sfuso e del vino in brick.
È l’effetto dell’euro forte, che da un lato tende a frenare il nostro export e dall’altro potrebbe farci diventare importatori di vino di poco prezzo. Un fenomeno che già si affaccia nell’agroalimentare di qualità e pone interrogativi pressanti al sistema agricolo italiano. Di questo scenario si discute al Salone del Vino in programma da oggi a domenica, dove non a caso protagonisti della kermesse organizzata al Lingotto sono i cosiddetti vini quotidiani (attraverso la guida di Slow Food) e i vini da vitigni autoctoni della guida del Touring Club, che possono essere la risposta alla scomparsa dei vini del cosiddetto “ceto medio». Si va insomma verso una sorta di protezionismo culturale vinicolo per cercare di contenere i prezzi puntando sui vini tipici e a buon prezzo, i cosiddetti Popular Premium.
Le bottiglie che stanno nella fascia compresa fra i 10 e i 35 euro sono infatti quelle che sentono maggiormente la difficoltà di mercato, mentre per i top wines non si intravedono flessioni né sul mercato interno sempre più selettivo né sul mercato internazionale in sostenuta espansione. Gli scenari dell’export ci dicono che il vino italiano tira. Ma è appunto soprattutto quello che rientra nel "made in Italy" e fa immagine, Brunello, Barolo, Amarone, Taurasi, ad avere tassi sostenuti di crescita. Ma se si va a guardare la bilancia commerciale dell’agroalimentare si scopre che esportiamo alta qualità e importiamo beni di largo consumo e materie prime. E questo trend si va rafforzando. Basti considerare che - dati Ac Nielsen su un panel di 9 mila famiglie - nei primi 7 mesi del 2007 gli italiani hanno ridotto i consumi alimentari dell’ 1,8% e la maggiore contrazione si è avuta nel comparto delle bevande alcoliche (-6,8% in volumi e meno 3% in valore).
A fronte di una spesa che in valore è rimasta costante (circa 26,5 miliardi di euro) i tagli più consistenti si sono avuti nell’aggregato delle bevande alcoliche, dove il grosso del mercato è dato dal vino ed è concentrato per quanto attiene i consumi domestici nella fascia fino a 3 euro. In sostanza significa che gli italiani hanno sempre meno soldi da spendere e che si orientano su prodotti di basso prezzo, tendendo a tagliare i beni non strettamente necessari. È in questa fase che concorrenti come gli australiani (il 75% del loro prodott viene venduto all’estero), cileni (export a 80%) e spagnoli cercano di inserirsi per conquistare le fasce basse del mercato italiano, giudicato finora impermeabile. Insomma, la crisi ha cambiato lo scenario e le speranze di resistere, oltre che sulla quaità, sono appuntate sulla riforma dell’Ogm vino in discussione a Bruxelles.

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