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Il Messaggero

I vini da Oscar? Più al Nord, ma il Sud avanza ancora ... Come per gli Oscar del cinema. Solo che ieri sera i riflettori erano puntati sulla collina di Monte Mario, all'Hotel Cavalieri Hilton di Roma. Al posto del comico afro-americano Chris Rock, c'era Antonella Clerici a presentare sul palcoscenico. E non erano i 5808 giurati dell'Academy, ma i sommelier dell'Ais e i lettori della rivista Bibenda, magazine di culto per gli appassionati di enogastronomia, che dovevano indicare le "nomination". Per tutto il resto l'idea di dare un senso molto hollywoodiano alla premiazione dei migliori vini d'Italia, gli Oscar del Vino, giunta quest'anno alla sua settima edizione, invenzione del direttore di Bibenda e della Guida Duemilavini dell'Associazione dei Sommelier, Franco Ricci, è riuscita in pieno. Scenografie moderne - ben distanti dagli abusati copioni da kermesse sbevazzona - e poi, per raccontare il vino e distribuire i premi, era schierato un composito parterre di testimonial, da Al Bano a Enrico Montesano, da Gigi Proietti a Anna Falchi (che i saloni dell'Hilton li conosce bene, perché con regolamentare valigetta e bicchieri, vi ha frequentato i corsi da sommelier). Spiega Enzo Vizzari, direttore della concorrente Guida de L'Espresso (e premiato come miglior giornalista di settore): «Cresce ogni giorno il numero di appassionati, e quindi anche di clienti competenti, in enoteca, come al ristorante. E questo fa molto bene in termini di crescita anche di qualità dell'offerta». Gli fa eco una sorridente Tiziana Frescobaldi, premiata col grandissimo Ornellaia: «Ci muoviamo in un mercato internazionale che richiede competitività. Per parte nostra, non è un caso se, in una logica del tutto nazionale, abbiamo battuto Constellation Brand per l'acquisto di questa etichetta, che rappresenta uno delle nostre grandi espressioni in rosso». Constance V. Glam, invece, è appena arrivata da New York e con gli oltre mille appassionati che si assiepano nel Salone dei Cavalieri, non si è voluta perdere la spettacolare degustazione dei vini premiati, «nella Big Apple oggi bere italiano è molto "trendy"», si entusiasma mentre una striscia di lucido da labbra fodera il bicchiere di un raffinato rosato Five Roses pugliese. Le indicazioni delle premiazioni sono chiare. Vince l'eleganza, con lo spumante di Ferrari (e non è un caso se l'indicazione di Selosse, uno champagne, come miglior vino straniero, conferma il trend positivo delle bollicine), ma anche con la complessità dell'Ornellaia, il rosso di Bolgheri, lungo la costa dei mitici "supertuscans". Nei bianchi prevale invece la potenza. La nomination del Verdicchio (che pure aveva impressionato il guru americano Robert Parker) viene sovrastata dal muscolare, straordinario Trebbiano di Valentini e dall'antichizzante Breg di Josko Gravner, fatto maturare in orci provenienti dall'Armenia. Le conclusioni le tira Franco Ricci: «I vini e i personaggi premiati in questa edizione rivelano un affresco di grande interesse. C'è grande lavoro in vigna e in cantina. Il Sud continua ad avanzare, anche se il Centro-Nord per ora mantiene un primato non facile da scalzare. Ma quello che conta è che i risultati premiano il vino reale, selezionato dai sommelier, cioè da coloro che ogni giorno vivono a contatto di questa cultura. Risultati credibili, tecnici, ma anche vicini al cuore della gente».

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