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Il Mondo

Cantine piene: maxi svendita del made in Italy ... Vino e recessione. L’allarme di Andrea Sartori, presidente Uiv... Il prezzo del Barolo crollato del 46%, il Brunello sceso del 17%, altri doc scontati del 14%. “Così alcuni produttori rovinano i mercati”... Mai così in basso. A ottobre 2009 il valore di un litro di vino italiano che ha passato la frontiera è diminuito mediamente di oltre il 13%, con punte del 18,6% nel settore dei prodotti sfusi e del 20% nel segmento degli spumanti. “È una perdita di valore gravissima che distrugge l’intera filiera del vino”, dice al “Mondo” Andrea Sartori, presidente dell’Unione italiana vini, la principale organizzazione professionale del settore. “Le quotazioni in giro per il mondo non sono più sostenibili e anche le denominazioni bandiera, quelle dei grandi vini italiani sui mercati internazionali, sono in caduta libera, con un pericolo enorme per l’immagine costruita faticosamente in tanti anni di lavoro”. Dati Ismea rivelano che da agosto a dicembre 2009 le quotazioni del Barolo sono crollate del 46%, quelle del Brunello di Montalcino del 17%, quelle del Chianti classico dell’8-10%. E se questo è l’andazzo per i doc e docg, che nel loro insieme hanno registrato una caduta dei prezzi del 14%, i vini comuni se la passano anche peggio, con una perdita del 19%. Sartori non fa sconti e punta il dito, in particolare, contro la politica di certe cooperative: “La cooperazione dovrebbe avere come missione quella di proteggere gli operatori, ma si comporta come le banche”, dice il presidente dell’Uiv. “Mentre queste ultime fanno pagare i loro errori ai consumatori, a far le spese degli sbagli dei dirigenti delle cooperative è la base sociale, che si ritrova alla fine con un pugno di mosche in mano”. Emilio Pedron, che ha appena lasciato il ponte di comando del Giv, il maggiore gruppo del mercato italiano, di cui resta consulente strategico, spiega così la politica aggressiva di certe coop: “Il fatto è che alcune cooperative hanno voluto passate a tutti i costi dal vino sfuso alla bottiglia, e a questo punto giocano unicamente sul prezzo, con danni inevitabili per i loro viticoltori”. L’anello debole della filiera sono, in effetti, proprio gli agricoltori che vengono remunerati sempre meno, al di sotto dei loro costi di produzione, sino al punto da decidere l’abbandono delle vigne a ritmi crescenti. “È un dramma economico e sociale che avrà conseguenze anche sul paesaggio e sul territorio, un elemento importantissimo per il vino di qualità in Italia”, sottolinea a questo proposito Giacomo Rallo, alla guida della griffe siciliana Donnafugata, tra le più dinamiche realtà private del mercato. Da un lato l’eccedenza produttiva, dall’altro la congiuntura economica che ha bloccato i consumi: è la combinazione dei due fattori che sta generando una tensione senza precedenti sui prezzi all’estero ed entro i confini. Se infatti l’export va male (si vende di più, ma si incassa di meno), il mercato interno va anche peggio, con aziende spaventate (anche di buon nome) che tagliano i prezzi per smaltire il prodotto in cantina. Operazioni commerciali anche di bassa lega, dietro le quali non mancano marchi privati di un certo peso. Ad approfittarne sono gli imbottigliatori. E così girano bottiglie di Soave, di Valpolicella, di Pinot grigio, di Bardolino che costano meno di un caffè. Si può pagare, in casi particolari, poco più di 1 euro per un Chianti, circa 2 per un Prosecco, 3-4 euro per un Brunello di Montalcino, mentre in America si può vedere un Amarone a meno di 15 dollari sugli scaffali. Diventa a questo punto lecito anche il dubbio che dentro certe bottiglie ci possa essere vino generico e non vino doc come viene scritto sull’etichetta.

Giv: basta con il sottocosto. “Tutto questo in un silenzio generale della politica: forse si dimentica che le denominazioni rappresentano un bene collettivo”, commenta Sartori. Rincara la dose Pedron: “Il fatto più grave è che questo andazzo è soprattutto il frutto di una maldestra competizione tra produttori italiani. Inutile prendersela con il mercato e con la grande distribuzione, che naturalmente sfrutta la situazione. Nessuno dei nostri clienti ci strozza, la colpa è dell’incapacità degli industriali e degli imbottigliatori: non si rendono conto che al di sotto di certe quotazioni si arriva a un’involuzione del settore”. Fatto sta che proprio quest’anno il Giv ha lasciato il mercato di Londra e ha deciso di interrompere la produzione dei prodotti di primo prezzo. “Per dignità e perché non c’è più senso economico”, aggiunge Pedron. Operatori che frequentano le piazze estere raccontano di essersi scontrati, in alcuni mercati, con le politiche commerciali piuttosto aggressive di vari marchi, tra cui Cavit, Cantina di Soave, Girelli, EnoItalia, Cevin, Fratelli Martini. Cavit, peraltro, si è trovata al centro di una sgradevole situazione quando un suo spumante metodo classico è stato messo in vendita a 3,49 euro sotto Natale. “È stato solo uno spiacevole incidente dovuto a una promozione dell’Eurospin”, tiene a precisare un portavoce della grande cooperativa, che rivendica piuttosto un forte impegno nella difesa delle bollicine Trento doc, sottolineando anche come il prezzo del suo prodotto confezionato nel 2009 sia aumentato del 2,1%. “Credere di poter mantenere le quote di mercato sullo scacchiere internazionale semplicemente riducendo il prezzo è illusorio”, afferma Ettore Nicoletto, ad di Santa Margherita, che nel 2009 ha incrementato del 4% il prezzo medio delle esportazioni. “Il sistema Italia, a causa della struttura frammentata e del quadro normativo rigido, non può permettersi di competere con altri grandi Paesi, soprattutto del nuovo mondo, che hanno un’offerta concentrata e un sistema di regole più flessibile”. Per la verità ci sono problemi seri in tutti i Paesi. L’Australia soffre di sovracapacità produttiva e per questo il governo sta predisponendo un piano di riequilibrio domanda-offerta. Surplus produttivi anche in Francia. Morale? “La nostra best selling proposition va costruita su altri valori”, commenta Nicoletto. “Come l’unicità del nostro patrimonio autoctono, la diversità e la storia di alcuni territori-distretti vinicoli di grande reputazione internazionale, la qualità e complessità della nostra enogastronomia apprezzata e radicata in tutto il mondo”.

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