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Il Sole 24 Ore

«Promozione del vino senza regia»: competenze divise tra Ice, enti e privati. Urso: pronto il tavolo alimentare ... Troppo e male. Per promuovere l'agroalimentare made in Italy all'estero il nostro Paese «spende molto ma lo fa in modo sconnesso, e questo non è più tollerabile; per rimediare a questa situazione è necessario ripensare a un nuovo sistema di promozione, più efficace, che aiuti le imprese che fanno e vendono qualità sui mercati internazionali». La denuncia del ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, lanciata al VinItaly di Verona, ha fatto centro, raccogliendo consensi tra le imprese che da tempo sollecitano iniziative più convincenti per affermare e difendere i prodotti e l'immagine della "tavola" italiana. Ma chi pensava che l'accusa fosse diretta all'Ice deve ricredersi. A chiarirlo ci ha pensato ieri il viceministro delle Attività produttive con delega al Commercio estero, Adolfo Urso, che è tornato sulla questione rimarcando, da una parte, la tesi della «frammentazione della spesa tra tanti organismi» centrali, locali e professionali. Ma ha anche ribadito l'importanza del "tavolo" per la promozione che il Governo ha istituto di recente a Parma. «Quel tavolo - dice Urso - è in fase di partenza avendo individuato i livelli di interventi che bisogna perseguire (promozione, incentivazione e accessi al mercato). Inoltre il piano di promozione alimentare per il 2002 presentato dall'Ice ha avuto il varo che attendeva». La dotazione su cui può contare l'Ice sfiora i 5 milioni di euro, a fronte dei 150 milioni che l'istituto spende per promuovere tutto l'agroalimentare. A questa cifra vanno aggiunte le spese di enti locali e privati, che comunque passano sotto la lente dell'Ice. In totale sono circa 25 milioni di euro, dove il prodotto vino catalizza circa la metà. Il che si spiega con il fatto che il vino è il prodotto alimentare che più di altri dà spessore alla nostra bilancia commerciale. Nel 2002, su un totale di vino esportato pari a 16,4 milioni di ettolitri, l'introito ha sfiorato i 2,6 miliardi di euro, con un saldo di 2,1 miliardi. Un particolare, questo, non da poco, visto il perenne deficit della bilancia agroalimentare italiana. È per questo che le imprese vinicole non rinunciano a ottenere un maggiore impegno da parte dell'istituzione pubblica, senza per questo tirarsi indietro di fronte a iniziative di matrice esclusivamente privata. L'esempio più evidente è quello dell'Italian Wine Food Institute di New York, che da tempo sostiene operazioni mirate a favorire la conoscenza dei vini delle 86 aziende vinicole associate. Ma non è l'unico, come dimostrano i consorzi privati "Grandi vini" e "Vines&Wines", presentato ieri a Verona dal suo presidente Alessandro Laurenzi. Si tratta di un gruppo di otto aziende di diverse regioni italiane con una capacità di 1.600 ettari e 13 milioni di bottiglie, di cui oltre il 30% destinato ai mercati esteri. Un traguardo che i fondatori del consorzio, disponendo ora di una massa critica maggiore, sperano di potere incrementare. Nessun imprenditore critica apertamente il ruolo svolto dall'istituzione pubblica, è un fatto però che altre iniziative consortili tese alla promozione del vino italiano sono sulla rampa di lancio. E quando non sono consorzi, sono le stesse imprese a prendere iniziative di promozioni. È il caso del Gruppo Italiano Vini, il maggiore network vinicolo italiano con oltre 60 milioni di bottiglie vendute, che proprio di recente ha messo in cantiere - come spiega il direttore commerciale, Gianalfonso Negretti - «un piano di promozione e pubblicità sul mercato Usa per 2,5 milioni di euro». Si spiega così il sorpasso, in Usa, dei vini italiani sui concorrenti francesi nel 2001. L'inedito vantaggio a gennaio si è addirittura accentuato: le vendite dei temibili avversari d'Oltralpe sono calate del 31% in valore, mentre quelle italiane sono lievitate del 20 per cento.

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