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Il Sole 24 Ore

È il momento di cambiare marcia ... È il momento della verità ... per il vino. Negli ultimi dieci-dodici anni è stata una corsa verso la qualità, attraverso investimenti, nuovi produttori alla ribalta, ma allo stesso tempo anche dilettanti allo sbaraglio. Ma soprattutto è nato un nuovo rapporto tra consumatori e produttori: bere poco ma meglio. Così le "cave" dei ristoranti e degli appassionati si sono riempite di grandi annate e di grandi etichette e allo stesso tempo si sono svuotate le cantine delle aziende. La corsa sembra essersi fermata (ma non bloccata, per carità) per tante ragioni: la crisi dei consumi innanzitutto, scoppiata nel momento in cui i prezzi hanno toccato il top. Così viene a ripetersi un "deja vu" nella moda. I guardaroba, colmi di abiti e di accessori d'abbigliamento, non riescono più a contenere il nuovo ... il mercato si ferma. E l’analogia continua fra moda e vino: la catena di distribuzione fa crescere troppo il prezzo finale magari già troppo alto all’origine. Sazietà e prezzi fuori mercato sono sintomi chiari di un futuro grigio. Non è facile disporre di una ricetta che possa far passare questo mal di pancia al vino, soprattutto perché non ci sono all’orizzonte segnali di ripresa dei consumi. I mercati non offrono indicazioni incoraggianti, quello tedesco, da sempre grande importatore di vino made in Italy, così come gli altri Paesi europei e il Nord America, sempre più attratti dai vini del nuovo mondo, certamente più competitivi nel rapporto qualità-prezzo. Per il mercato domestico, palliativi quali il vino al bicchiere o la mezza bottiglia, sembrano medicine di breve periodo, come la tachipirina in caso di febbre. La fanno scendere, ma non curano il male alla radice. Certo ci sono variabili endogene, quali la crisi dei consumi, verso le quali non sono certi gli operatori in grado di intervenire risolutamente, ma possono farlo sui prezzi, troppo cresciuti rispetto alla qualità del vino venduto. La crisi in atto porterà alle concentrazioni, così come gli stessi ristoranti ridurranno le loro carte dei vini. Forse all’orizzonte vedremo anche future multinazionali del vino: i produttori correranno ad investire laddove i terreni e la mano d’opera costa meno, così come succede già nei tanti settori economici. Non ci sarà ancora per anni la concorrenza dei cinesi, ma dopo gli ultimi provvedimenti della Ue forse vedremo sul mercato il Brunello californiano, l’Amarone cileno e il vin santo sudafricano. È comunque bizzarro notare che nel momento più difficile per il vino, in Italia si assista alla moltiplicazione delle Fiere specializzate. Ebbene tutte queste manifestazioni sembrano fotocopie l’una dell’altra, quasi a non accorgersi che c’è bisogno di nuovo nei momenti difficili. È il consumatore che bisogna convincere a tornare al consumo non la distribuzione. In Italia ci sono tante fiere, ma è carente l’innovazione, il grande evento (Wine experience, Aspen etc), magari inserito nei gangli pulsanti di una città, dove i consumatori si muovono ogni giorno.

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