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Il Sole 24 Ore

Doccia fredda dopo dieci anni di euforia ... Non è ancora crisi, ma forte rallentamento sì. C’è preoccupazione. E qualche prima timida autocritica. Il mondo del vino si interroga, sbigottito, di fronte al calo dei consumi, alla rarefazione degli ordini, alle pile di bottiglie che restano in cantina. Niente ancora di veramente allarmante, intendiamoci. Ma segnali sufficienti a far riflettere, dopo anni di inesauribile euforia che hanno innescato un volano di nuove iniziative e, purtroppo, una incontrollata corsa dei prezzi. Qualche cifra. Secondo l’osservatorio Ismea/AC Nielsen gli acquisti domestici di vino sono leggermente scesi in volume (-0,9%) ma non in valore (1,5 miliardi, +1,9%). Si registra però un calo per i vini di qualità, Doc e Docg, che scendono a 571 milioni (-1,7%). Molto più deludenti i dati delle esportazioni, scese a 2,4 miliardi con una riduzione del 3,8 per cento. Si sente l’effetto del cambio sfavorevole, ma anche, sempre di più, la concorrenza dei vini del nuovo mondo. E serve a poco ripetere che in Cile o in Australia tre o quattro aziende hanno in mano i tre quarti del mercato, mentre l’Italia vinicola si perde tra 800mila produttori che non riescono certo a fare massa critica. Tutto questo è vero, ma riconoscerlo non basta se in parallelo non si riesce ad elaborare strategie per uscire dall’impasse. Che fare dunque? Nell’immediato, secondo uno dei principali produttori nazionali, Gianni Zonin (25 milioni di bottiglie prodotte all’anno e 80 milioni di fatturato) è necessario inviare un segnale al mercato, con una politica di moderazione dei listini e una sorta di autodisciplina delle aziende. «Il grande successo del vino italiano negli ultimi anni - afferma Zonin - ha fatto credere ad alcuni produttori che bastasse il valore "immateriale" del prodotto, dato da cantine miliardarie, enologi di grido, edizioni limitate delle proprie etichette, entusiastiche recensioni della critica, a giustificare aumenti dei prezzi che oggi appaiono veramente esagerati. Alcuni ristoratori ed enotecari hanno fatto il resto. Ma ora il consumatore non è più disposto a farsi abbindolare». Concetto chiarissimo. Chi opera sul mercato concorda: troppi produttori si sono affollati nella fascia alta di prezzo e i ristoratori a loro volta sono in difficoltà. Non tutti soffrono però. «Noi non abbiamo registrato rallentamenti» dice Bibi Graetz che produce il Testamatta, premiato a Bordeaux come miglior rosso e venduto in enoteca a 80 euro, mentre Diego Cusumano, giovane produttore siciliano (5 milioni di fatturato nel 2003 e una crescita del 60% nei primi tre mesi di quest’anno) sottolinea l’importanza di rimanere competitivi, con un ottimo rapporto qualitàprezzo. «Le mie bottiglie sono in enoteca a meno di 10 euro - dice - comunque non basta produrre vini di altissima qualità, bisogna saperli vendere, investire in marketing e promozione». Anche se in giro le "promozioni" si sprecano - con sconti fino al 15/18% - non tutti sono convinti che agire sulla leva del prezzo sia la soluzione. «Viene premiato chi ha scelto in passato politiche prudenti - commenta Ernesto Abbona della Marchesi di Barolo, quasi un milione e mezzo di bottiglie l’anno e un fatturato di 10,3 milioni - Dal ’98 i prezzi delle uve sono andati alle stelle ma non abbiamo riversato sul mercato questi aumenti. Sono stati ridotti i margini mantenendo i cru a prezzi accessibi, allo stesso tempo abbiamo potuto alzare le quotazioni dei nostri baroli senza denominazione». Una "guerra dei prezzi" è considerata inutile e rischiosa da Francesco Mazzei di Castello di Fonterutoli, produttore di Chianti Classico, che propone invece più alleanze e accordi tra i produttori. E a chi accusa i ristoratori di aver impresso un’accelerazione esagerata alle quotazioni delle bottiglie, Vittorio Fusari del Volto di Iseo ricorda che una buona cantina, con un migliaio di etichette, immobilizza un capitale di almeno 300.000 euro. Dietro al prezzo della bottiglia ci sono costi di gestione, scorte, sommelier e attrezzature.

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