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Il Sole 24 Ore

Crescita, via obbligata per il futuro delle case vinicole ... I vignaioli italiani sono tanti: si parla di 800.000 aziende per lo più familiari con una media di 0,8 ettari ciascuna. La più bassa in Europa, prima della Grecia. Per contro le imprese che fanno vino utilizzando materia prima acquistata da terzi sono decisamente meno: l’ultimo Censimento industriale dell’Istat ne ha conteggiato 1.915 con quasi 16mila addetti e un fatturato di 6,3 miliardi di euro. Che sale a 8/8,5 miliardi considerato l’universo del vino made in Italy. Nell’uno e nell’altro caso, però, vi è un comune denominatore più volte sottolineato dagli analisti finanziari: vale a dire che buona parte delle imprese vinicole italiane sono sottocapitalizzate. L’ultima conferma arriva dal presidente di Federvini Piero Mastroberardino, che oltre a essere un valente produttore di Fiano di Avellino è anche professore di Economia all’Università di Foggia; dunque uno che sa fare di conto. Ebbene il presidente degli imprenditori del vino non nasconde che uno degli aspetti più penalizzanti per il settore è, appunto, la dimensione strutturale delle imprese stesse, tra le quali molte sono sottocapitalizzate. In tempi di globalizzazione e con un’Australia che tra le altre cose vanta un manipolo di imprese che controllano l’80% della produzione locale, per l’Italia è inevitabile trovare una via di fuga. Quale? Una strada sarebbe quella delle fusioni. Ma quanti produttori sono oggi disponibili a fare un passo del genere? Oltretutto, i tempi della corsa ai vigneti si sta sgonfiando, con i cartelli vendesi che, sia pure discretamente, vengono esposti all’imbocco di tenute di piccole e medie dimensioni. Anche perchè gli speculatori hanno capito che forse è arrivata l’ora di portare a casa le pluvalenze. Ci sarebbe anche la quotazione a Piazza Affari. A questa, ed è scontato, pensa molto Borsa Italiana che non più tardi di qualche mese fa ha pure organizzato un convegno specifico per spiegare che tale opportunità è più concreta di quanto si possa pensare anche per imprese di media dimensione. «Ci abbiamo pensato - ammette Paolo Ziliani del gruppo Berlucchi, 4,6 milioni di bottiglie di spumanti e 35 milioni di fatturato nel 2003 (+8%) - tuttora il progetto è nel cassetto, ma francamente i tempi non sono maturi». Dello stesso avviso è Rolando Chiossi del Giv, il più grande gruppo vinicolo italiano (232 milioni il consolidato 2003) che alla questione Piazza affari ha dedicato tempi e mezzi, avviando anche le necessarie procedure statutarie per permettere a una scarl di diventare Spa. «La questione l’abbiamo considerata in tutti i suoi aspetti - dichiara Chiossi - siamo convinti che si tratta di una decisione di grande importanza. Ma ci serve tempo perchè intendiamo ponderare attentamente sul da farsi». Intanto che le idee maturino, qualcuno pensa ancora ai contratti future: è di questi giorni un’offerta da parte di un istituto di credito del Sud. Ma sembra sia rimasto l’unico a crederci. «Quando alcuni anni fa abbiamo proposto i nostri contratti - spiega Stefano Cinelli della Fattoria Barbi di Montalcino - abbiamo avuto un ritorno incredibile. È stata una bella esperienza di marketing, ma è finita lì. Il future non ha storia in Italia e il business del vino è tutta un’altra cosa».

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